CINQUE DOMANDE
a Marco Sodini.
Marco Sodini non è mai quello che ti aspetti: ti spiazza, ti disorienta, ti trascina. Un allenatore che non si rinchiude nella sua torre d’avorio, e che anzi punta a coinvolgere i suoi giocatori; per certi versi, anche suoi alunni. Non solo semplice coach, ma anche e soprattutto maestro di vita: come il padre, docente di matematica finanziaria all’università di Pisa, e la madre (anche lei professoressa), colonne portanti del contesto culturale che lo avvolge sin dalla tenera età. Prendendo in prestito le parole di una delle sue ultime conferenze stampa, in cui paragona il viaggio della sua Orlandina in quel di Bergamo a quello di Marco Polo nel Catai, potremmo dire che Marco Sodini è una persona con uno spirito da esploratore, che approccia la vita in maniera curiosa.
di Simone Colongo @sim_uan

A prescindere dai risultati sul campo, come giudica l’inizio di stagione dei suoi? Come state vivendo la questione Covid? Ritiene che un aspetto oggettivamente negativo come quello relativo all’assenza di pubblico possa comunque aiutare i giocatori in campo a mantenere alta la concentrazione?

Ho sempre sostenuto che questa sarebbe stata una stagione finta, farlocca, perché l’impossibilità di una programmazione corretta e la necessità di gestire l’emergenza Covid dopo mesi di nulla a livello agonistico, determina l’assoluta impossibilità di avere aspettative precise rispetto alla risposta del campo.

Anche se a Capo d’Orlando il Covid viene vissuto relativamente bene (pochi casi e posto isolato), secondo me è assolutamente prioritario dal punto di vista comunicativo (parlo degli addetti ai lavori e dei giornalisti) mantenere alta la concentrazione in una stagione in cui bisogna tessere le lodi del positivo, e comprendere il perché del negativo. In conseguenza di questo, per quanto ci riguarda, una progettualità chiara, con un’aspettativa di squadra dipendente da un’età media bassissima, oltre alla possibilità di allenare i ragazzi per moltissimo tempo, fanno sì che i risultati vengano visti con un occhio diverso. Siamo estremamente contenti del roster che abbiamo costruito, della produzione di lavoro che abbiamo messo insieme, e della nostra idea di sopravvivere in una stagione in cui la sostenibilità è la parola d’ordine sia tecnica che amministrativo-economica.

Credo però che l’assenza di pubblico devasti l’essenza stessa della pallacanestro, e non possa aiutare assolutamente a mantenere alta la concentrazione dei giocatori. Anzi, toglie la spinta emotiva in quello che in alcuni campi è correttamente considerato come sesto uomo. Quello che producono i giocatori (professionisti allenati in maniera professionale) in campo non dipende poi da un concetto astratto come quello della concentrazione, ma resta sempre ciò che possono produrre al massimo livello possibile, compatibilmente con quelle che sono le conseguenze di una situazione extra campo che non ha permesso di avere continuità. Non c’è una ragione per cui dopo 7-8 mesi di stop ci debbano essere giocatori che abbiano delle performance anche solo lontanamente paragonabili alle abitudini di un sistema pre-Covid.


Foto: Uff. Stampa Orlandina Basket

Lei ha iniziato giovanissimo nel mondo del basket allenando la Pallacanestro femminile Viareggio. Crede che rispetto all’epoca siano stati fatti sufficienti passi in avanti nel movimento? O era auspicabile aspettarsi qualcosa in più?

Ho cominciato ad allenare a 21 anni. Paragonare la realtà dell’epoca a quello che sto vivendo oggi è una cosa impossibile. Alla Pallacanestro Femminile Viareggio iniziai per divertimento, mi piaceva stare su un campo di basket. Sarei stato anche un discreto giocatore di minors, ma niente di più: durante il periodo universitario pensavo ancora che quella di giocatore sarebbe potuta diventare la mia professione.

A livello di movimento, si sarebbero potute fare scelte differenti. Credo che la situazione sportivo-politica italiana non abbia portato la pallacanestro allo sviluppo che avrebbe potuto avere, soprattutto perché siamo arrivati in ritardo sull’imprenditorialità e sulla territorialità di un meccanismo che avrebbe già dovuto approcciarsi da tempo allo sport in maniera pseudo-industriale. Saremmo ancora in tempo, ma al momento si sta esitando perché la sostenibilità è portata all’estremo stress dalla situazione Covid, e non è quindi possibile fare qualcosa mantenendo lo status quo che era presente fino a metà della stagione scorsa. Mi aspetterei un approccio diverso, anche sbagliando, perché sono della scuola toscana per cui “chi non fa, non sbaglia”. In sostanza, credo si potesse fare di più.


Foto: Uff. Stampa Orlandina Basket

Cosa si porta dietro alle esperienze all’estero in Ucraina e in Colombia? Quali differenze ha notato rispetto all’Italia?

Le due realtà che ho affrontato fuori dall’Italia sono state completamente diverse. In Ucraina, a Kiev (2012/13), ho avuto a che fare con un campionato che aveva giocatori con salari vicini al milione di dollari, come D’or Fischer e Manny Harris, mentre il Budivel’nyk arrivò addirittura in semifinale di Eurocup.

In Colombia mi contattarono invece per un progetto (Colombia 2028) che puntava a far arrivare la nazionale alle Olimpiadi. La Colombia è un paese bellissimo, definito “il paese dell’eterna primavera” per via del clima; a livello cestistico c’è tanta materia prima, un’alta percentuale di afroamericani, e molti giocatori sopra i 2 metri nelle selezioni giovanili. Il mio referente era un development coach Nba (poi capo dell’Nba Academy del Sud America), e voleva un’impronta europea perché riteneva la Colombia pronta a un’esperienza di quel tipo: non c’era però una grandissima organizzazione.

Mi sono comunque trovato benissimo, forte del fatto che la scuola italiana, riguardo a competenza e capacità di insegnare, è molto avanti rispetto a certi posti. Ma proprio il modo diverso di affrontare i problemi mi ha permesso di avere una crescita culturale anche personale, che è qualcosa a cui tengo particolarmente. Devo dire che, considerando il mio approccio al mondo, per me non è assolutamente difficoltoso allenare all’estero.


Foto: Agenzia Ciamillo-Castoria

Albert Einstein, Charles Darwin, Marco Polo. I suoi rimandi storico-letterari non passano di certo inosservati. Da dove nasce l’idea delle conferenze motivazionali in preparazione a ogni partita? A quali opere preferisce attingere per spronare i suoi giocatori?

Fa parte della mia storia tecnica. Le conferenze stampa originarie (a Cantù) avevano una necessità di fondo perché avevamo difficoltà a livello di club; decisi quindi di depistare i media tenendoli lontani da quelle problematiche interne. Poi c’è la mia insaziabile curiosità personale che mi ha portato, quando sono diventato capoallenatore in serie A, a mantenere la mia identità e il mio modo di comunicare. Il primo anno a Capo d’Orlando abbiamo utilizzato i dipinti, l’anno scorso la metafora del viaggio, mentre quest’anno mi rifaccio a momenti storici. Credo sia importante mantenere una propria identità personale: e siccome sono fatto così, mi piace usare quello che viene definito “pensiero laterale”, senza essere pragmaticamente diplomatico.
Il ragionamento motivazionale credo che sia molto collegato all’empatia e alla capacità di essere sé stessi nel trasmettere quello che si vuole. Poi chiaramente c’è sia una comunicazione esterna (e cioè quella che si vede a livello mediatico) che una comunicazione interna, e cioè il rapporto diretto coi giocatori, che ovviamente necessita di maggiore attenzione. Non esiste infine un’opera in particolare che credo sia necessaria per il singolo giocatore, ma esiste invece l’opera adatta a quel giocatore in quel particolare momento.


Foto: Uff. Stampa Orlandina Basket

In campo come nella vita… C’è un personaggio (autore, scrittore, poeta, allenatore, o chicchessìa) al quale si ispira? Per quale motivo?

Ho due eroi: mio padre e mia madre, rispettivamente il Professore e la Professoressa Sodini. Anche se esiste una persona che in qualsiasi campo mi piace più degli altri, i miei modelli restano quelli della mia famiglia, dei valori che mi hanno trasmesso, della volontà di dare affetto indipendentemente dal riceverlo; e così, di conseguenza, mi pongo con i miei giocatori, come fossero miei figli. Con un modello prestazionale che ho la fortuna di aver avuto, e che ho la spinta a voler replicare, pur sapendo quanto sia difficile visto quanto sono stati incredibili i miei genitori. Questo perché, come dico spesso, mi hanno dato la vita che vorrei e non quella che dovrei. Mi hanno insegnato il valore della diversità: quando mi interfaccio con altre persone, cerco sempre di fare in modo che le mie idee vengano condivise e che siano inoltre disponibili ad ascoltare chi ha idee differenti. Ritengo che quello della diversità sia il primo valore che deve essere trasmesso ai giocatori, in modo poi da avere un’unità di squadra.


Foto: Agenzia Ciamillo-Castoria
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