EDITORIALE.
Lo sport, i diritti e la necessità di raccontare.
di Riccardo Noury @riccardonoury9241

Drawing Captain 2 è un media kit di beneficenza creato dai migliori illustratori sportivi del mondo e coordinato editorialmente da Simone Colongo. Ogni designer coinvolto ha illustrato un capitano delle squadre dell’Eurolega 2020/2021. Metà dei proventi, raccolti in fase di produzione, sono stati devoluti ad Amnesty International per supportare le battaglie per la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Di seguito, l’editoriale di Riccardo Noury, Portavoce e Direttore Ufficio Comunicazione di Amnesty International Italia.


Lo sport, i diritti e la necessità di raccontare.

Quando nell’ottobre 2020, con gli stadi vuoti e la possibilità di celebrare imprese sportive rivolgendo pensieri più profondi e lontani rispetto agli spalti, ho visto Osimhen e Simy, centravanti di Napoli e Crotone, mostrare una maglietta con la scritta “Stop SARS” per chiedere lo scioglimento della squadra speciale antirapine della polizia nigeriana (che è, sì, malefica quanto un’epidemia), ho avuto l’ulteriore conferma della potenza del messaggio in favore dei diritti umani che può sprigionare da quel mondo.

Una potenza che può essere pari, se non superiore, a quella di decisioni nefaste per i diritti, come l’adesione di tante federazioni sportive e singoli club al cosiddetto “sportwashing” praticato dalle varie monarchie del Golfo: sfruttare lo sport per distrarre il mondo dalle violazioni dei diritti umani. Darsi una ripulita, insomma. Magari, far dimenticare anche di aver triturato un dissidente in un consolato estero, com’è accaduto nell’ottobre 2018 al giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi.

Quell’adesione a politiche contrarie ai diritti umani è sempre giustificata dal “Chi siamo noi per…”: perché la Formula 1 avrebbe dovuto rinunciare a svolgere i Gran premi in Bahrein? Perché la Lega calcio avrebbe dovuto rifiutare i tanti soldi offerti dall’Arabia Saudita per disputare due Supercoppe di serie A, con una terza inclusa nel pacchetto? Perché si dovrebbe cancellare dalle maglie, dagli stadi o dalle competizioni la sponsorizzazione di compagnie aeree legate a regimi repressivi?

Alla fine, il meccanismo è sempre quello della delega: spetta ai governi, e non allo sport, agire.

Io credo, invece, che lo sport debba dare l’esempio.

Da tre anni, Amnesty International e Sport4Society conferiscono il premio “Sport e diritti umani” per riconoscere l’importanza di un gesto di un singolo atleta o di una squadra, il suo effetto propagatore di conoscenza e sensibilità. Molti di questi gesti sono percepiti e attuati come reazioni urgenti al razzismo: un’infezione contagiante da combattere senza se e senza ma.

Il premio prevede un meccanismo di segnalazione dei gesti da parte del pubblico e la valutazione di una giuria. Questo meccanismo ci ha permesso di conoscere un mondo nascosto.

Infatti, oltre ai gesti noti del momento di cui pure ho provato a far comprendere l’importanza, vi è la pratica quotidiana antirazzista, vi sono il sudore e la passione del dilettantismo, vi sono campi sportivi in mezzo al cemento, dai bordi in salita o in discesa, secchi per l’arsura o alluvionati dalla pioggia, invasi dalle zanzare o immersi nel pantano.

Lì, nel silenzio e senza telecamere, si pratica lo sport per i diritti. Lì, dove non ci sono intermediazioni di uffici stampa, procuratori e sponsor pronti a calibrarti anche il respiro, si prende la parola.

Insomma, da Mohammad Ali alla squadra che pratica l’integrazione, lo sport è pieno di atti che vanno raccontati, possibilmente non con un trafiletto incastrato in una immaginaria “sezione curiosità” di un quotidiano o di un portale.

Qui siamo lontani da tutto ciò. C’è la ricerca delle storie, l’impegno a raccontarle (e, credo proprio d’immaginare bene, lo slalom tra vari intermediari) e a farle conoscere. Sperando che diventi anche in Italia prassi comune, com’è negli Usa e in particolare negli sport professionistici di squadra come la pallacanestro, esprimere un punto di vista, prendere posizione, essere cittadini, essere motori di cambiamento.

Sin dall’inizio dei suoi 60 anni di attività, che celebra nel 2021, Amnesty International ha appreso che le lotte per i diritti umani hanno bisogno di molti compagni di strada.

Per questo, siamo molto contenti di essere stati coinvolti in questa iniziativa editoriale e io personalmente lo sono per aver avuto l’opportunità di scrivere queste righe.





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