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My name is Tava, Alessandra Tava.
Giocatrice professionista, scrittrice per passione. L’ala della Virtus Bologna ci racconta “Buttati che è morbido”, il suo primo romanzo.  
di Emanuele Blasi @dott.blasi


Prendete una passione spasmodica per il basket. Metteteci dentro una buona dose di talento. Arricchite il tutto con esperienze, viaggi, studio e lavoro. Risultato? Un nome e cognome, Alessandra Tava. Giocatrice professionista di basket, nella sua carriera si può leggere Roma, Svezia e Panama City d’un fiato, un esordio nella Nazionale maggiore nel 2013 e Bologna, dove vive e gioca sponda Virtus.

Non solo. Perché oltre a mettere le Jordan ai piedi e giocare in tutti i campi di serie A, ha conseguito una laurea in Scienze della Comunicazione, preso un Master in Web Communication&Social Media e scritto un suo romanzo, “Buttati che è morbido”, primo - si spera - di una lunga serie. Una vita un po’ alla Bruce Wayne, di giorno giocatrice, di notte scrittrice, una sorta di equilibrio tra basket ed editoria che solo chi ha vissuto tante esperienze nella sua vita può mantenere. Perché Alessandra è un vulcano di donna, da Voghera con furore, di giri per il mondo ne ha fatti. Salvò anche il sottoscritto in un lontano capodanno a New York, dove arrivai con valigie e nessuna sistemazione in hotel, e a suon di “please” e occhiolini si mise a contrattare con il responsabile del palazzo dove viveva, con risultato di un countdown fatto a Times Square con mani libere e zero preoccupazioni.  

Se gli chiedete quale è stato il suo momento più importante in carriera, vi risponde quando a 14 anni è arrivata a Roma col sogno di diventare una giocatrice. Ma anche quello che l’ha vista, per più di un anno, appendere canotta e scarpe al chiodo, in pratica quello che le serviva per capire quanto sia fondamentale nella sua vita la pallacanestro e quanta voglia avesse ancora di stare in campo.   

Mi chiamo Giovanna, per gli amici Vanna, ho trentadue anni, forse ne dimostro un po’ meno. Sono venuta in vacanza a New York cinque anni fa, mi sono innamorata e non me ne sono più andata”. Se non avete letto “Buttati che è morbido”, fatelo. Perché oltre ad essere un libro ricco di storie che si intrecciano, di amori ed amicizie dentro le quali tutti possono ritrovarsi, scivola via pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo. Chiunque sia stato a New York, ed abbia vissuto ogni suo angolo, ogni suo odore, ogni sua emozione, ritrova se stesso in uno dei tanti personaggi che si alternano nella narrazione. Come la stessa autrice racconta.

“Non lo definirei un romanzo autobiografico, preferisco dire che direttamente non sono in nessun personaggio, ma sono tutti un po’ in me. Ogni storia, ogni sfumatura, ogni aspetto che racconto l’ho vissuto, sono tante storie di persone che ho conosciuto personalmente lì e che intorno a me o con me, hanno fatto tante esperienze”.


Da dove e cosa è partita l’intenzione di scrivere un romanzo?

“L’idea nasce tutta dal mio ritorno da New York, dove ho vissuto per un periodo. Premesso che amo la scrittura da sempre, ho una penna in mano dalle elementari e non l’ho mai lasciata, quello che mi mancava era rendere pubblica questa passione. Nella Grande Mela mi stavano succedendo tante cose e come faccio spesso, tenevo una sorta di diario personale ogni giorno. Tornata, ho riletto tutto quello che avevo scritto e vissuto, e mi sono detta che un’esperienza così doveva essere resa comune”.

Cosa ti lega a New York?

“Sembra strano perché parliamo di una metropoli enorme, ma di New York ho amato il fatto di sentirmi a casa, ho amato la diversità delle possibilità che ti offre, è davvero la città che non dorme mai. E io non ho dormito mai insieme a lei. Ti svegli ed hai cento opzioni su cosa hai voglia di fare e puoi fare, senza contare la quantità di persone e di culture diverse che ho potuto conoscere e scoprire”.

E’ più forte il legame con New York o Roma, che come hai dichiarato più volte è stata il trampolino di lancio per entrare nel mondo del basket? O con Bologna, casa tua in questo momento.

“Ho fatto il liceo a Roma, studiato prima a Pisa e poi Milano, fatto un Master a Parma appena tornata da New York, ho girato tanto. Ora sono a Bologna, e così come ti ho detto prima, tutte queste grandi città mi hanno fatto sentire a casa. La mia famiglia vive in Piemonte, da loro torno quando voglio ed avendoli così distanti quando ho viaggiato, è stato proprio il fascino di New York, di Roma, di Bologna a renderli meno lontani”.     


Più forte la passione per il basket o per la scrittura?

“Se devo scegliere, il basket. Perché senza lui non avrei mai scritto un romanzo, anche se non parla di sport. Insieme alla mia famiglia la pallacanestro è l’insegnante più grande, senza non avrei avuto il coraggio di superare i miei limiti, un po’ come succede quando ti fermi a metà del libro e pensi di non avere più nulla da scrivere. Poi la voglia di superarsi e mettersi alla prova ti aiuta a lasciare dietro dubbi e difficoltà, succede tante volte in campo, succede tante volte nella vita”.  

Riesci a conciliare queste due passioni?

“Assolutamente sì, e mettici dentro anche il lavoro. Certo, richiede impegno, devi saperti organizzare tra allenamenti, partite e tutto il resto. Ci ho messo più tempo, ma è il risultato quello che conta”.

Tornando al tuo rapporto con New York e l’America, e al fatto che hai vissuto lì, nell’ultimo draft con Mannion scelto dai Golden State, è tornata la questione italiani in NBA. Secondo te è ancora complicato adattarsi da entrambe le parti oppure se sei bravo, parla il basket per te?

“E’ una domanda a cui è difficile rispondere, negli ultimi anni sono stati fatti tanti passi avanti, non vedo così difficile l’integrazione tenendo conto come l’NBA si sia arricchita di molti giocatori provenienti da tutte le parti del mondo. Adesso non è assurdo che un italiano giochi in America, anzi, si fanno tante esperienze ai college, in giovane età. Questo mi inorgoglisce, mi piace molto, da quindici anni a questa parte si sono tolte pian piano tutte le barriere tra i due mondi, anche perché gli europei hanno dimostrato di poter giocare senza problemi nella lega più importante del mondo”.   

Cosa ti rende felice e ti fa emozionare?

“Lascio da parte le emozioni che vivo sul campo, i brividi che ti vengono quando metti canotta e pantaloncini appartengono ad uno stato di trance agonistica che raggiunge qualsiasi giocatore, quindi hanno una dimensione a sé. Mi rendono felici le relazioni che ho raggiunto con il basket, uno sport che mi ha regalato tantissime amicizie ed uno stile di vita. Tramite la pallacanestro vivo picchi di emozioni in campo e fuori, impagabile”.  

Sei giovane, ma tra un po’ di anni ti vedi con un pallone in mano o una penna?

“Più con una penna, il che non vuol dire che abbia intenzione di allontanarmi dal basket. Mi piacerebbe viverlo in altro modo, da tifosa, da appassionata e non come diretta addetta ai lavori. Ti dico, non ho idee di diventare allenatrice, così come ricoprire un ruolo dirigenziale in qualche squadra. Ma nella vita mai dire mai eh…”

Intanto, progetti di altri libri?

“Non ho mai smesso di scrivere, ho due progetti in ballo, devo solo decidere quale sarà il primo e soprattutto far conoscere questo appena uscito. Tutto è stato rallentato dall’emergenza Covid, se pensi che il 70% di una promozione di un libro viene dalle presentazioni ed io ne ho fatte zero, ti rendi conto come, appena possibile, abbia una voglia matta di sponsorizzarlo, di portarlo tra la gente. Tutto ciò che si fa col cuore e passione arriva in un modo e nell’altro, ma se posso guardare negli occhi i miei lettori e raccontargli tutte le sfumature, funziona di più”.

Oh, in bocca al lupo e grazie ancora per quel 31 dicembre di qualche anno fa…

“Scherzi? Di nulla! E crepi il lupo, per tutto!”  


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