INTERVISTA
a Andrea Paccariè.
La panchina della Luiss, la moto come unico mezzo di locomozione riconosciuto, il confronto come motore ed un passaporto pieno di timbri: l’intervista ad Andrea Paccariè. 
di Edoardo Caianiello @edoardocaia

C’è chi dice che la vita è un viaggio e forse ha anche ragione ma se chiedete ad Andrea Paccarié, che di professione fa il coach, questo viaggio è meglio farlo in moto, anche se a volte auto, nave o aereo si sono resi necessari. Ma la moto, è la moto: tipo una bella BMW nera parcheggiata su una strada di montagna.

Tutto inizia il 2 Gennaio del 1961 a Bari, prosegue con una laurea in Giurisprudenza ed è segnato da una passione, una grandissima passione che si chiama pallacanestro. Da responsabile del settore e vice allenatore alla Italcable, a Roma, in serie B a tante altre esperienze, nel Lazio ed in Sicilia poi. E con un salto, ecco il duemila: la panchina del Lazio, l’approdo alla Luiss, dove è tornato e di cui è oggi il capo allenatore da diversi anni,  la Direzione Generale della Stella Azzurra Roma e poi il progetto College Italia con i suoi under21 campioni d’Italia, di cui diventerà anche capo allenatore nella serie cadetta e la chiamata della Nazionale Militare con una medaglia d’argento, anni che corrono veloce. Altro giro, altro viaggio e si parte per Scafati, con il ruolo di vice allenatore in Serie A nella stagione 2007/2008 per poi prendere una nave e trasferirsi dinanzi al mare cristallino di Olbia, in serie B e poi nelle pianure del reggiano, in Emilia. Ancora una nave (o forse un aereo), dall’altro lato dell’Isola con Capocaccia da ammirare al tramonto, sulla panchina di Alghero ed un viaggio ancora più lungo (sicuramente in aereo, non in nave, tantomeno in moto) per il Brasile dove è il capo allenatore della sua Nazionale Militare. Al ritorno c’è una nuova esperienza alle porte e si vede, ecco Marino ed i Castelli Romani, dove centra una promozione in DNB. L’esperienza da capo allenatore della Nazionale di Malta, l’ ingresso nella Hall of Fame del Mondiale Militare, l’Universiade del 2019 con la Luiss sullo sfondo ormai da diversi anni: per raccontare la carriera di Andrea Paccarié ci vuole un serbatoio bello pieno, gomme per tutti i fondali, voglia di viaggiare e di confrontarsi perché il confronto è tutto e da questo tutto per generarsi il resto. 


Chi è Andrea Paccariè?

Un appassionato, un grande appassionato, che ha vissuto dedicandosi e sacrificandosi per questo “giochino”. E’ un uomo che ha avuto un grande contatto con questo sport, che inizialmente ha sentito un grande legame con l’idea di poter giocare ma che era convinto di non poter essere un “soldato”.

Quali sono i ricordi più belli delle esperienze vissute?

La prima immagine che mi viene in mente è il Palazzetto di Rimini, la Serie A ed il palazzetto pieno. Facevo il “portaborse” e quel ricordo non me lo scorderà mai. Poi c’è la Spagna, dove ho fatto il professionista senza esserlo a tutti gli effetti ma ho capito una cosa molto importante: che avrei utilizzato la pallacanestro per girare il mondo.

Poi c’è stato il College che mi ha permesso di allargare la mia esperienza a livello internazionale, ho viaggiato dalla Cina alla Russia sino in Brasile e poi c’è stata Malta, ed aver partecipato al campionato europeo devo dire che è stato davvero gratificante.

Non posso non pensare ai nove anni che ho passato con Luiss dove sono orgoglioso di aver “segnato” un movimento, di aver contribuito a sviluppare un modo, di giocare e di allenarsi.

E infine credo che l’ingresso nella Hall Of Fame sia la chiusura del cerchio con l’esperienza della Nazionale Militare.


Ha qualche rimpianto?

Di non aver coltivato amicizie in maniera diversa e più importante di come avrei voluto. Imbroglierei se mi mettessi a trovare giustificazioni, si prendono carriere diverse ma di certo non mi posso lamentare.

Oggi come interpreta la figura dell’allenatore?

Oggi purtroppo è diventato solo un gestore. Il mio ideale è la sintesi tra un istruttore ed un gestore e fino a qualche anno fa queste due figure si potevano accomunare, cercando e creando una “costruzione” mentale con le persone con cui lavoriamo  ma oggi c’è meno tempo, ci sono meno strutture. E quindi ti ritrovi a lavorare per cercare di tirare fuori il meglio ma perdiamo di vista quello che è il male principale e se guardiamo Eurolega ed Eurocup vediamo tanti giocatori che sono simboli delle loro Nazionali ma che sono il prodotto ed il risultato di formazione continua. La verità è che bisogna uscire dal raccordo perché il confronto aiuta a crescere. Ripetevo spesso che “Il problema di Malta è un’isola” perché manca il confronto e quindi per quanto bello sia diventare campione di Malta, è pur sempre riduttivo.

Il confronto è tutto.

Mi voglio levare un sassolino: quando ho accettato l’incarico per le Universiadi l’elenco dei giocatori da poter chiamare era copiosissimo, c’erano nomi importanti e non hanno accettato la sfida, non hanno accettato il confronto ed è stato un segnale disgustoso. E magari avrebbero scoperto che il loro atteggiamento in campo era forse sbagliato e che magari sarebbe servito lavoro, lavoro ed ancora lavoro e avrebbero avuto un’occasione per migliorarsi.


Cosa sogna di fare da grande Andrea Paccariè?

Voglio fare qualcosa che c’entri con i suoi 44 anni di carriera. Qualcosa che mi permetta di mettere insieme tutte le esperienze che ho collezionato nella mia vita, altrimenti  non ne varrà la pena di farla. A questo punto di una carriera non si va in palestra per lo stipendio ma per allenare.

…ma la moto cosa è per il Coach?

La moto è una parte integrante di me, ci metto anche lo sci, ma la moto è l’unico mezzo di locomozione che riconosco.
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