INTERVISTA
a Andrea Scuderi.
Catanzaro, Aprile 1992. Da qui inizia la storia di Andrea Scuderi che oggi è pronto ad iniziare il campionato con la IUL Basket Roma. Le sue passioni, i ricordi, i sogni tra almanacchi, canestri e sliding doors. 
di Edoardo Caianiello @edoardocaia
credits: IUL Basket Roma
credits: Luiss Sport
Illustrazione: Simone Colongo @simuan


Chissà quante volte Nonno Gaetano sfogliando con Andrea almanacchi e figurine, gli avrà raccontato di Massimo Palanca, di quell’incontro nella villa sul mare e di come Gianni Di Marzio non aveva poi tanto gradito il look di quello che sarebbe stato uno dei giocatori simbolo della Catanzaro, tra gli anni ’70 e gli anni ’80.

Andrea Scuderi nasce il 25 Aprile 1992 nella Catanzaro dove Palanca è diventato “Re”, in un mix desossiribonucleico di sangue calabro e sangue toscano, ereditato da mamma e dai nonni materni. Una questione di Sliding Doors, ed il viaggio di Andrea parte proprio da casa, dove sin da giovanissimo veste orgogliosamente e con grande successo la canotta giallorossa della sua città, prima di partire, con in valigia anche una laurea triennale, grazie anche agli appunti di Mattia Zofrea.




Sliding Doors, Palermo oppure Roma? Roma, dalle rive della Magna Grecia alla sabbia del Colosseo, dove sceglie la Luiss con cui unisce passione e studio, ottenendo non solo una laurea magistrale in amministrazione, finanza e controllo (ed anche un master) ma arrivando con una banda di amici a tanto così da un risultato incredibile e forse inimmaginabile, da una finale per conquistare la serie A2.

Sliding Doors, ancora una volta. Salire di categoria o rimanere in Serie B ma vedere il futuro che carte gioca? Esce la carta della IUL (Università Telematica degli Studi) ed Andrea, un po’ come il vostro classico supereroe, indossa la giacca e la camicia la mattina (anche un elegante maglione con stivaletto va bene) e la sera continua a far battere il cuore per la sua inesauribile passione.

Oggi gioca alla IUL Basket Roma, dove sotto la guida di Giuliano Maresca, si appresta ad iniziare uno delle stagioni più strane della sua vita, nel campionato di CGold della regione Lazio. Con la maglia numero 10 sulle spalle, certamente, quella di Roberto Baggio, che mangiava tanti pomodori, tanti quanti Andrea.

Capelli fluenti, “sorriso magico”, economia e politica estera, citazioni di film a valanga, mematore niente male, una passione smodata per la pallacanestro, un filo che lega l’altro, passo dopo passo, come delle radici che ben salde in terra, permettono all’albero di crescere libero e senza paura, anche di un vento troppo forte.

Chi è Andrea Scuderi?

E’ un appassionato, forse uno dei più grandi appassionati di basket italiano, di cui non è stato l’esponente più talentuoso ma che per gran parte della mia vita ne è stato la ragione. E’ stato il filo conduttore di un sacco di cose belle che mi sono successe. Sono un orgoglioso catanzarese con matrice toscana materna e per chiudere ti direi che Andrea Scuderi è un ragazzo abbastanza semplice.

Quale era il tuo sogno da bambino?

Sognavo di fare il Direttore Sportivo di una squadra di calcio come è stato mio nonno Gaetano. Sono cresciuto tra almanacchi, giornali e figurine suddivise per anni, immagini anche dal 1970. Si, sognavo di emulare le gesta di mio nonno ed in fondo sono stati i miei nonni paterni ad accendere in me la passione così forte per lo sport. Poi ad un certo punto, come succede a tutti quelli che giocano a basket, ho sognato di fare il giocatore di basket.

Quando hai capito che lo studio sarebbe stata la parte fondamentale del tuo percorso?

Per fortuna o per sfortuna, dipende da che punto guardi la cosa, non sono mai stato così bravo quando ero giovane e quindi non ho mai fatto dei grossi voli pindarici. La mia famiglia mi è sempre stata molto molto vicina e mi ha supportato nel mio percorso dall’inizio sino a quando a 20/21 anni ero allo stesso tempo un bravo giocatore ed un ragazzo che stava per completare la triennale. Parentesi: devo un grande ringraziamento a Mattia Zofrea, che ha dovuto smettere di fare il giocatore per alcuni problemi che ha avuto, ma che mi ha aiutato un sacco quando mi passava appunti e ripeteva lezioni di economia che io non riuscivo a seguire perché nel contempo facevo il giocatore di Serie B. Insomma, nel 2015/2016 mi trovo di fronte al classico bivio: da una parte avevo la Luiss e dall’altra Palermo. Ho scelto la Luiss perché sapevo dentro di me che percorso avrei voluto fare e che cosa avrei voluto da me stesso e guarda caso a metà di quell’anno Palermo ha diversi problemi societari e quindi pensai: “Ho fatto la cosa giusta”.



La tua carriera ti mette di fronte un’altra scelta, come è andata?

Giugno 2018, avevo appena finito una stagione incredibile con la Luiss e mi arrivano due chiamate: quella di Germano D’Arcangeli che mi voleva a Roseto in A2 e quella della Università Telematica degli Studi IUL, che mi offriva una doppia carriera, da giocatore e professionale, dall’altra parte della scrivania, con la IUL a cui si sarebbe aggiunto l’incarico di assistente didattico che avevo con la Luiss. Mi incontro con il Direttore della IUL, Flaminio Galli, e penso a quella che sarebbe stata la scelta che più sarebbe stata coerente con il percorso che avevo intrapreso e quindi ho scelto la IUL.

Come definiresti casa tua? 

Per me, la casa, prima che un luogo fisico è un luogo della mente, è un modo di approcciarti alle situazioni, alla vita, a qualunque cosa possa accadere, è un modo di vivere che è dovuto e che va oltre agli stessi legami familiari. E’ cercare di essere sempre sereni, propositivi, è conforto e quest’ultima cosa la sento davvero tanto e mi fa venire in mente quanto preziosi siano quei momenti in cui i miei genitori erano presenti a vedere le mie partite. Da ragazzo di 13 anni non capivo tanto quello che oggi riesco a dire essere stato così bello perché averli sentiti così vicini mi permette di capirne l’importanza che anni fa non riuscivo a dare, senza capire il significato di quel tempo passato insieme.

Piccolo passo indietro: la semifinale che con la tua Luiss giochi contro Cassino…

Ricordo ogni volto, ogni faccia, dopo il fischio finale di quella partita. Mi ricordo le lacrime, gli abbracci, i sorrisi dettati dal nervosismo: avevamo capito che eravamo alla fine di un percorso, che quella che era stata davvero una famiglia si stava per separare. Con i ragazzi di quella squadra studiavamo insieme, giocavamo insieme, uscivamo insieme, facevamo tutto insieme ed ancora oggi non esiste un  motivo per cui non si scriva sul gruppo WhatsApp di quell’anno! Spero lo battano presto con le nuove squadre ma quel gruppo ha infranto un sacco di record per la Luiss e saremo sempre fieri di essere i primi ad averlo fatto!


Con la IUL Basket Roma stai per iniziare un campionato stranissimo…Che idea ti sei fatto di questa situazione?

Sono uno di quelli che dice che una stagione come questa non avrebbe tante motivazioni per partire, perché nasce in maniera totalmente distorta. Lo sport per me non esiste senza pubblico, senza quella pressione, senza i tifosi contro, non è la stessa cosa. Ma dall’altra parte capisco e comprendo assolutamente che sarebbe stato troppo pericoloso chiudere lo sport per un anno intero perché il rischio sarebbe stato quello di non ripartire più e che nonostante tutto quello che succede intorno, sia necessario provarci. Ne ho parlato con i miei cari e dopo aver valutato con loro, ho deciso di partecipare. Perché esiste non tanto la paura per me stesso, ma proprio per loro, e quindi potrei definirla come una sorta di ansia o di pressione psicologica o senso di responsabilità verso di loro, che poi non è niente altro che il senso di comunità che si dovrebbe avere e mostrare in questo periodo.

Ma il 10, perché?

Da piccolo avevo problemi alla ginocchia e non so per quale motivo medico, il dottore mi diceva di mangiare tanti pomodori, che mi avrebbero aiutato. E mio padre per convincermi a mangiarli mi diceva che li mangiava anche Roberto Baggio, che guarda caso, aveva il 10. Per questo e per il fascino che quel numero rappresenta, ho scelto lui.


Chi sarà Andrea Scuderi da grande?

Per tanti anni sono stato sempre “Scudo 10” e quella ha rappresentato per me una comfort zone. La verità è che la vita va avanti e quindi cercherò di essere un po' meno “Scudo10” ed un po’ di più Andrea Scuderi che magari sarà nella media o anche al di sotto ma che crede nel duro lavoro e nel sacrificio e che con queste armi troverà il suo posto nel mondo. 
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