INTERVISTA
a Angela Adamoli.
Nel panorama cestistico nazionale, poche figure femminili sono riuscite a prendersi la scena principale come Angela Adamoli. Una professionista a tutto tondo alla continua ricerca di nuovi stimoli e nuove idee, un fiume in piena mosso da una sconfinata passione per questo sport.
di Paolo Sinacore @bigshotpaul


Credits: Agenzia Ciamillo-Castoria

Senza voler cadere in una scontata e quasi compassionevole retorica sul ruolo della donna, vero è che per il gentil sesso non è mai stato facile imporsi in una società maschilista e fallocentrica come quella in cui viviamo. Le battaglie sociali e civili del ventesimo secolo hanno di certo smussato le differenze di genere, in alcuni casi persino annullate. Ma ancora oggi, in ambito sportivo, siamo costretti a celebrare eventi apparentemente normali alla stregua di traguardi storici.
E quindi se i due arbitri donna Natalie Sago e Jenna Schroeder si ritrovano ad arbitrare la stessa partita Nba (Orlando vs Charlotte, il 25 gennaio scorso), fanno notizia. E ancor più scalpore lo fa l’ex campionessa WNBA Becky Hammon, che per una sera svolge le funzioni di head coach dei San Antonio Spurs in sostituzione di Gregg Popovich, espulso all’inizio della partita del 30 dicembre contro i Los Angeles Lakers. La figura della Hammon è fondamentale in questo discorso, perché si erge in un mondo (quello della Nba) storicamente impregnato di uno stucchevole machismo, ma che negli ultimi decenni (grazie a David Stern prima, e ad Adam Silver poi) si è proposto come modello di integrazione a qualsiasi livello.

In Italia i passi in avanti sono timidi, e la cassa di risonanza non è di certo paragonabile a quella della celeberrima lega americana. Tra i personaggi che più sono riusciti a catalizzare l’attenzione, cercando di ritagliarsi un minimo di spazio, c’è senza dubbio Angela Adamoli. L’attuale club manager dell’Elite Basket Roma ha vissuto a inizio anni ‘90 in prima linea i successi della nazionale femminile, a medaglia in più occasioni in manifestazioni internazionali, come agli Europei e alle Universiadi del 1995 (rispettivamente argento e oro). Eppure quegli incredibili traguardi ottenuti da giovane giocatrice rappresentano solo l’inizio della carriera cestistica di Angela, che prende una piega ancor più inattesa una volta intrapresa la fase da allenatrice: prima emigra nella vicina Malta (nazionale che ancora oggi allena) a fare esperienza, accumulando medaglie nelle competizioni riservate ai piccoli Stati; poi si prende definitivamente la scena portando la nazionale femminile italiana 3x3 a uno storico oro ai Campionati del Mondo del 2018 disputati nelle Filippine. Mai una nazionale italiana di basket aveva raggiunto il gradino più alto del podio a livello mondiale. Risultato senza precedenti, un unicum nella storia di questo sport.



Credits: Agenzia Ciamillo-Castoria

Cosa si prova a guardare tutti dall’alto al basso in una manifestazione così importante?

Vincere un mondiale è una cosa che ti rimane dentro. Ci sono delle sensazioni che, nonostante sia passato del tempo, rimangono sempre vive, e sembra che tutto sia successo ieri. Quando rivedo le foto e i filmati, e scorgo i volti, gli occhi, i sorrisi e le lacrime di noi protagoniste, so cosa vogliono dire, so quanto lavoro c’è stato dietro: sono delle emozioni che non si fermano mai. Più passa il tempo, più uno si rende conto della grandissima impresa che ha fatto. Battere in successione dei mostri sacri come gli Usa, la Cina e le campionesse in carica della Russia, facendo un percorso incredibile contro nazioni che hanno 100 volte la popolazione dell’Italia, non capita tutti i giorni. Sono veramente orgogliosa di aver portato in Italia l’unico oro mondiale della pallacanestro azzurra, qualificandoci poi successivamente per il preolimpico. Ci siamo impegnati tutti facendo tantissimi sacrifici, di squadra e personali.

Tornando al discorso relativo a Becky Hammon, volevo chiederti se segui assiduamente l’Nba e se pensi sia un modello replicabile in termini di integrazione e uguaglianza di genere.

Non seguo la Nba in modo assiduo. Certo è che l’esempio di Becky Hammon è per tutte noi uno stimolo e un punto di riferimento importantissimo. Diventa però replicabile solo nel momento in cui trovi delle persone intelligenti, che non si fermano di fronte alla differenza di genere, ma si concentrano piuttosto sui fatti. Persone che non hanno paura del confronto con una donna, che cercano il contraddittorio, parlando di cose storicamente riservate agli uomini. Il confronto è sempre costruttivo, ma purtroppo ci si ferma troppo presto perché magari si ha un po’ paura che una donna possa saperne più di un uomo. All’estero poi è più facile trovare donne che allenano; io ad esempio sono 8 anni che alleno la nazionale di Malta. Fuori dai confini nazionali non conta se hai i capelli lunghi, conta se porti i risultati; e con Malta ne ho raggiunti: dopotutto, come si suol dire, nessuno è profeta in patria.

Hai mai avuto la sensazione di non essere stata presa in considerazione (magari per ricoprire un ruolo in qualche società) per il solo fatto di essere donna?

Purtroppo in passato ho avuto questa sensazione: sei donna e devi fare il doppio della fatica per dimostrare la tua serietà e la tua professionalità. Sembrano luoghi comuni, ma non lo sono. È un grande peccato, perché ti senti sempre tagliata fuori senza motivo. Chi mi conosce ad esempio sa della mia cura ai dettagli, dell’attenzione che ci metto su tutto ciò che propongo, dai comportamenti al linguaggio da tenere. Faccio parte della FIDAPA BPW Italy (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari), e tutte noi percepiamo questa disparità. In psicologia si parla di “soffitto di cristallo”, metafora che racchiude tutte le barriere sociali che si frappongono fra le donne e il successo in qualsiasi campo.

Per favorire un eventuale processo di integrazione, sei più propensa a un sistema di “quote rosa” o credi ancora che ciò sia possibile, senza pregiudizi, sulla base di una sana meritocrazia?

Io vivo in un mondo di utopia, e penso che il rispetto per il prossimo sia la cosa più importante. Vorrei tanto dire che non servono le quote rosa, che risulterebbero quasi offensive nei confronti dell’uomo. Parlerei piuttosto di “quote competenza”, indipendentemente dal sesso delle persone. Dovrebbe essere naturale che se ci sono competenze vengano poi sfruttate per la crescita, qualsiasi sia l'ambito di cui stiamo parlando. Ma ahimè, in questo mondo ancora prettamente rivolto verso la parte maschile, le suddette quote rosa diventano indispensabili.

Credits: Angela Adamoli

Il tuo ruolo attuale non si limita a quello che ricopri all’Elite Basket: parlaci dei progetti sui quali hai scommesso negli ultimi anni (High School Basket Lab, Elite Woman, etc etc)

Sono una a cui non piace stare ferma a guardare. Accetto sempre le sfide, soprattutto se sono progetti seri, professionali. Più si tratta di novità, di cose da creare e da plasmare da zero, e maggiori sono gli stimoli. Ho iniziato con il 3x3 nel 2012 con la nazionale che sarebbe andata ai mondiali universitari, senza aver mai allenato prima, senza aver mai parlato di questa cosa: siamo andate a Kragujevac e abbiamo vinto la medaglia d’oro. Mi hanno chiamato poi a Malta per allenare la nazionale, e mi sono messa in discussione, allenando ovviamente in lingua inglese, e ricreando anche lì tutto da capo. Per due anni di fila sono andata negli Usa per un Intensity Camp, in cui ci allenavamo 18 ore al giorno. Poi è arrivata l’High School Basket Lab, un’esperienza pazzesca: tre anni con queste ragazze che abbiamo visto crescere, e che ora si stanno ritagliando il loro spazio per essere protagoniste nei massimi campionati. Ci abbiamo messo tecnica, passione, professionalità, affetto e amore, tutto per 15-16 ragazze che si sono trasferite a Roma perché credevano in noi. Le loro famiglie si sono affidate a me, a Giovanni Lucchesi, Davide Malakiano, Federica Tonni, Valentina Gatta, e in generale alla Federazione, che ha dato vita a un progetto molto valido che probabilmente varrebbe la pena confermare. All’Elite invece il mio ruolo è principalmente tecnico, focalizzato soprattutto sul lavoro individuale. Il progetto Elite Woman, seppur momentaneamente bloccato dal Covid, è inserito in questo contesto: l’hashtag che ho proposto alla società è #ioprotagonistadinoi, perché ogni atleta dovrebbe essere al centro dell’attenzione nel proprio processo di crescita. Elite Woman nasce come sinergia tra lo sport e il lavoro di mentoring da parte delle professioniste della FIDAPA, per far capire a queste giovani donne quante possibilità e potenzialità di lavoro ci sono, andando ad acquisire una competenza che può essere utile nello sport come nella vita. Ritengo infatti che l’unione di sport e studio dia una competenza a 360 gradi a chiunque debba affrontare il mondo del lavoro. Naturalmente questo progetto a lunga scadenza prevede l’inserimento anche della parte maschile. Spero di portarlo avanti, anche perché a livello regionale e nazionale più persone si sono già mostrate interessate. Il mio primo pensiero resta quello di avere una nuova generazione che non abbia bisogno delle quote rosa; è quindi essenziale educare sia la parte femminile che quella maschile.

Parlando nello specifico dell’Elite Basket Roma, come stanno andando questi primi mesi in questa nuova veste di club manager?

Il Covid ha rivoluzionato progetti e abitudini. Accettare una sfida del genere e provare a riprogrammare tutto è stato un impegno che ha cementato ancora di più lo staff, dal presidente Alessandro Bui, fino ad arrivare a direttori, manager, e allenatori. Ci siamo tutti rimboccati le maniche, non ci siamo praticamente mai fermati. Abbiamo fatto la parte fisica, atletica, e quella di tecnica individuale, facendo anche gruppi misti. Penso che questa mole di lavoro darà i suoi frutti più avanti sia dal punto di vista tecnico che umano, psicologico e di attaccamento alla società. Non ci siamo mai stancati di proporre ai ragazzi e alle ragazze cose nuove, anche tra pioggia e freddo; i ragazzi sono stati straordinari, è capitato di avere giorni con 120-130 giovani atleti (sempre facendo attenzione ai protocolli anti-Covid) che sono venuti al campo, un grandissimo successo. In definitiva sono molto soddisfatta del mio ruolo all’Elite e del rapporto che ho instaurato con le persone con cui lavoro, veramente dei grandi professionisti.

Infine un pensiero all’immediato futuro: pensi che i tanti giovani talenti che si stanno affacciando ad alto livello riusciranno a spostare l’attenzione sul movimento cestistico femminile?

Di talenti ne abbiamo sempre avuti, ma penso che per venir fuori ancora di più ci sia bisogno di una parte dirigenziale che voglia puntare su questo movimento. Non ho nessun dubbio che ci siano delle potenzialità ancora da scoprire. Basta pensare al boom del calcio femminile, che si è avuto quando Michele Uva ha invitato tutte le società professionistiche ad avere anche una squadra femminile. Il discorso è lo stesso delle quote rosa. Nel basket ci sono società come Bologna, Venezia, e Sassari che hanno ampliato la loro visione periferica, e hanno capito che il basket femminile potrebbe essere un veicolo importante sotto molti punti di vista. Credo nelle donne, ritengo possano dare un grandissimo contributo alla società, qualunque sia il loro campo di competenza, e mi sembra che quando gli è stata data la possibilità, sono emerse eccellenze assolute in ogni ambito. Forse le donne fanno un po’ paura perché si dice abbiano un brutto carattere. Ma, come recita il detto, “una donna di carattere non avrà mai un bel carattere.”


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