INTERVISTA
a Daniele Cavaliero
Parafrasando i Blues Brothers, “Back to the same old place”. Solo che, per Daniele Cavaliero, non si tratta di Chicago: bensì di Trieste, “Sweet Home” Trieste. Più che un ritorno alle origini, un ritorno a casa, dove ha appena festeggiato le 600 presenze in Serie A1.
di Paolo Sinacore @bigshotpaul


Non sono tanti i giocatori che tendiamo a identificare con una singola squadra nella serie A dei giorni nostri. Se raffiniamo poi la ricerca isolando chi conta almeno 600 presenze nella massima serie, il campo si restringe. Anzi, per la precisione si limita a un nome e a un cognome: Daniele Cavaliero. Ripensando ai trascorsi del play 37enne, di sicuro sono tante le canotte indossate nel corso dei suoi 22 (!) anni di carriera. Ma la prima e l’ultima che ci verranno in mente, non potranno che avere gli stessi colori: il bianco e il rosso di Trieste, della sua Trieste. Da talento emergente, a punto di riferimento: un circolo virtuoso che avvolge lo splendido percorso professionale di Daniele, tornato alla casa base nel 2018 per riportare la società friulana nel basket che conta.


Agenzia Ciamillo-Castoria

Pochi giorni fa (il 5 gennaio contro Reggio Emilia) hai raggiunto le 600 presenze in serie A. Un traguardo sconosciuto a qualsiasi altro giocatore in attività. So che è difficile riassumere un’avventura simile in 40 minuti di gioco, ma c’è una partita che più delle altre 599 ti porti dentro ancora oggi?

“È difficile scegliere fra così tante. Giocare a basket ad alto livello per tutti questi anni è stata una bella benedizione, mi ritengo un uomo fortunato. Faccio comunque fatica a individuare una sola partita; se devo rispondere, dico l’esordio (nel 1999 contro Pesaro), perché sicuramente la prima ha rappresentato l’inizio di un viaggio fantastico. Ma ripensando alle finali con Milano o alle varie gare di playoff, ce ne sono tante altre che mi hanno fatto emozionare”.

Il primo coach a darti un minutaggio rilevante, quando eri ancora giovanissimo, è stato Cesare Pancotto. Prima ancora Luca Banchi ti fece esordire. Quanto è stata importante la figura dei due coach nel tuo processo di formazione?

“Devo molto a entrambi. Banchi aveva una visione del basket per la quale voleva sempre dare una possibilità ai giovani, tanto che veniva un’ora prima degli allenamenti per fare lavoro individuale con me. Tutto ciò mi inorgogliva e mi responsabilizzava.
Cesare mi ha dato la possibilità di giocare, e in alcuni momenti mi ha dato addirittura la squadra in mano, cosa tutt’altro che banale per un ragazzo di quell’età.
Li ringrazierò sempre per il coraggio dimostrato nel mettere in campo un ragazzino che forse al tempo non era così pronto, ma che proprio grazie alla loro fiducia è diventato un pochino più pronto”.

C’è da dire inoltre che sei emerso in un periodo in cui forse in serie A, pur essendo più alto il livello medio, si concedevano maggiori possibilità ai giovani.

“In generale i tempi di certo sono cambiati: sono anche stato un minimo fortunato, perché adesso si fa un po’ più di fatica a dare fiducia a un giovanissimo, o anche solo a metterlo in campo nelle migliori condizioni possibili. Il campionato di oggi è molto esuberante a livello fisico, l’atletismo è diventato un aspetto predominante. All’epoca il basket era forse un pelo più lento, ma si poteva sbagliare molto di meno: il livello tecnico di alcune squadre non ti permetteva di commettere troppi errori”.

Alla fine di una carriera di alto livello così lunga nel tempo, è normale prendere decisioni che - col senno del poi - possono risultare sbagliate. Ce n’è qualcuna che rimpiangi ancora oggi?

“Sicuramente, sapendo già come sono andate le cose, è più semplice analizzare certe scelte. Il passaggio dall’Olimpia alla Fortitudo è stato quasi dovuto per problematiche interne con il GM; forse avrei potuto tenere duro e restare a Milano, magari andando via solo in prestito. Poi mi sorge un dubbio relativo a un altro trasferimento: nel 2011 sarei potuto andare da Montegranaro a Cantù, ma alla fine scelsi Pesaro. Guarda caso battemmo proprio i brianzoli ai quarti di finale dei successivi playoff, e quindi al netto di ciò ti dico che è stato positivo. Ma a Cantù avrei giocato l’Eurolega, e magari mi si sarebbe aperto tutto un altro mondo”.

Inutile specificare che il tuo ritorno a Trieste rappresenti, oltre che una scelta ponderata su base tecnica, anche e soprattutto una scelta di cuore. Prova a descriverci cosa rappresenta per te Trieste.

“Cestisticamente tre parole: la mia vita. In tutto e per tutto. Adesso sto camminando per il palazzetto, e mi sento a casa, casa mia. Indossare questa maglietta, vedere i tifosi (anche se in questo periodo per ovvi motivi non ci sono) o anche solo la curva, nella quale sono andato mille volte da spettatore quando ero più piccolo, mi fa sentire parte di qualcosa più grande di me. Anche il giocatore meno egoista del mondo ragiona sempre con una prospettiva in cui cerca di capire cosa lui può fare per aiutare la squadra; quando invece giochi per qualcosa più grande di te, per una città, per la gente che è venuta sempre a vederti, tutto diventa un po’ più speciale, e si aggiungono ulteriori responsabilità”.

Agenzia Ciamillo-Castoria

Vista la tua storia, il tuo ruolo all’interno del gruppo non può che essere quello del veterano. Come ti trovi in questa veste? Come ti poni nei confronti dei tuoi compagni?

“Penso che sia un po’ come quando si parla d’amore. Amare dopotutto significa dare senza bisogno che ti torni qualcosa indietro. Nel caso specifico con la mia squadra, con i miei compagni - soprattutto qui a Trieste. Certo, a volte escono anche le frustrazioni, ma è un modo di dare anche questo. Magari facendo capire ai miei compagni perché è bello giocare in questo posto. Ritengo in definitiva che qui il mio compito sia dare tutto quello che ho: ed è una cosa bellissima, che non mi pesa minimamente”.

Un pensiero sulla stagione in corso. Dopo un inizio stentato, state inanellando una serie di risultati positivi che vi ha catapultato in zona playoff. Qual è il traguardo realisticamente raggiungibile da questo gruppo?

“Tre settimane fa ho avuto una discussione con Matteo Da Ros. La situazione sembrava veramente difficile, cercavamo di capire cosa fare, come muoverci. Avevamo appena perso male a Venezia, crollando nella ripresa. Ci siamo ritrovati a dire: “Aiuto, cosa facciamo?”. Abbiamo così continuato a perseverare su quello che noi e soprattutto il nostro staff ci eravamo prefissati, e c’è stato finalmente un bel cambiamento per noi stessi, e su noi stessi. Avevamo poi tante partite da recuperare, e ritrovando un minimo di brillantezza è arrivata un’importante serie di vittorie in brevissimo tempo. La classifica però è così corta che è difficile dire fino a dove possiamo spingerci. L’importante è mantenere la testa bassa e rialzarla magari verso la fine per vedere dove siamo arrivati”.

Hai esordito nella stagione 1999/2000. La tua carriera abbraccia quattro differenti decenni, eppure non mi sembra di scorgere all’orizzonte un ritiro imminente. Non è che ti ritroviamo sul parquet dell’Allianz Dome anche nel 2030?

“Sicuramente ci sarò: mi troverete sugli spalti, perché tornerò a essere quello che ero prima di diventare giocatore, e cioè il primo tifoso di questa squadra”.


Agenzia Ciamillo-Castoria

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