INTERVISTA  
Venezia, la mia Casa...rin!
Da Barcellona, dove sta completando un ciclo di allenamenti specializzati, due chiacchiere con Davide Casarin, giovane guardia cresciuta a pane e Reyer Venezia.
di Emanuele Blasi @dott.blasi

Credits: Agenzia Ciamillo-Castoria

Che stagione è stata per Davide Casarin e per la Reyer in generale?
Sicuramente è stata una stagione particolare perché vissuta in piena emergenza pandemica. Comunque sia la reputo una stagione positiva sia per me che per la Reyer. Ho avuto la possibilità di allenarmi quotidianamente con grandi campioni e la possibilità di fare un’esperienza importante in campionato e in Eurocup. Per quanto riguarda la squadra credo che la stagione sia stata molto positiva perché nonostante in alcuni momenti il Covid ci ha impedito di poter essere competitivi, in particolare in Eurocup, siamo riusciti a centrare la semifinale di Coppa Italia e la sesta semifinale scudetto consecutiva dopo aver disputato una seconda parte di stagione importante chiusa al terzo posto a pari merito con la Virtus Bologna.

Cosa è mancato per arrivare fino in fondo?
Pur avendo poca esperienza di playoff, ho potuto constatare che sono qualcosa di speciale e di diverso dalla stagione regolare. Ci si gioca tutto in poche partite ed ogni possesso diventa fondamentale. C’è mancata sicuramente un po’ di fortuna perché non abbiamo potuto avere per tutta l’ultima parte di stagione Michael Bramos che è un giocatore determinante per noi. Abbiamo affrontato Milano che ha disputato una grandissima final four di Eurolega: gara 1 ce la siamo giocata fino in fondo mentre gara 2 è stata una partita a senso unico. In gara 3 abbiamo lottato fino all’ultimo davanti al nostro pubblico e per noi è stata una grande emozione riabbracciare i tifosi.

Se riavvolgi il nastro della stagione, un momento personale che vorresti rivivere e uno che invece vorresti cambiare.
Non è facile racchiudere la stagione in due semplici episodi. Vorrei rivivere tutto l’anno perché ho avuto la fortuna di giocare per la squadra della mia città e di condividere e vivere uno spogliatoio fantastico fatto di grandi uomini prima ancora che campioni. Porterò sempre queste grandi persone nel cuore perché mi hanno insegnato tanto, dallo staff tecnico e dirigenziale a tutti i miei compagni che mi hanno aiutato a crescere. Non vorrei cambiare nulla, forse il finale perché mi sarebbe piaciuto molto proseguire la stagione, ma è l’unica cosa che cambierei perché anche gli errori e i momenti negativi fanno parte del processo di crescita.

Ti pesa un po’ il discorso dell’essere “figlio di”? È stata una difficoltà per diventare il giocatore che sei o no?
Assolutamente no. Sono orgoglioso di mio papà e di quello che ha fatto e sta facendo. Ho l'obiettivo di diventare il miglior giocatore possibile e lavorerò ogni giorno per questo. Con mio papà ho un rapporto speciale: quando entriamo al Taliercio lui diventa il Presidente e io il giocatore, quando usciamo torna ad essere mio padre che mi consiglia non solo per quanto riguarda gli aspetti sportivi, ma per tutte le scelte che devo fare. E’ un punto di riferimento per me.

Hai vissuto da protagonista le Nazionali giovanili, ti vedi in azzurro con l’idea di Meo Sacchetti sull’utilizzo dei giovani?
Ho vissuto la trafila delle nazionali giovanili e indossare la maglia azzurra è sempre una grande emozione. Sono sempre stato orgoglioso ed entusiasta di giocare per l’Italia e spero di poterlo fare di nuovo in futuro.


Credits: Agenzia Ciamillo-Castoria

Cosa ti rende felice?
Tutto ciò che faccio mi rende felice, penso di essere un ragazzo fortunato. Ho 18 anni e ho il meglio che possa augurarmi: gioco a pallacanestro, vivo insieme ai miei cari, ho una famiglia fantastica e compagni fantastici. Mi piace andare a scuola e stare con i miei amici. Mi reputo un ragazzo felice e una persona molto fortunata.

Sei il più giovane giocatore con la maglia di Venezia a aver realizzato almeno 10 punti in una partita di campionato. Hai mai pensato di poter diventare una bandiera della Reyer?
Ho saputo di questa cosa solo a fine partita. Sono orgoglioso, ma non è una cosa importante per me. La cosa che conta di più ora è lavorare al massimo ogni giorno per migliorare. Credo che tutti i ragazzi come me che hanno iniziato dal micro basket sognino di diventare una bandiera della propria squadra. Ricordo tutta la mia crescita nelle squadre giovanili e anche pulire il campo alle partite della prima squadra è stata un’emozione.

Da giovane a giovane, su chi punteresti un euro come giocatore più forte che hai conosciuto e che magari è pronto a diventare un campione?
Sono convinto che non ci sia un giocatore più forte di altri, ma che ci sia una generazione importante che ha dimostrato la propria qualità sia con le nazionali che con le squadre dei Club. Sono convinto che in tanti possano diventare grandi giocatori e credo sia giusto che ogni giovane abbia l’ambizione di poter raggiungere i più alti palcoscenici.

Se non avessi un pallone da basket in mano, cosa avresti fatto nella vita?  Quali sono invece i tuoi progetti futuri?
E’ un problema che a 18 anni non mi sono mai posto. Sono sempre stato con la palla in mano e i libri sotto il braccio. I miei obiettivi prossimi sono quelli di ottenere finalmente la patente di guida questa estate per cui sto studiando e la maturità al termine del prossimo anno scolastico. Dopo la scuola superiore ho intenzione di intraprendere un percorso universitario perché sono convinto che mi possa aiutare durante la mia carriera da giocatore e sia molto importante per il post. Per quanto riguarda i programmi sportivi futuri posso solo ribadire che mi allenerò sempre per provare a conseguire tutti i miei sogni nel cassetto.


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