BASKET IN CARROZZINA
Uno, nessuno, centomila Filippo.

Il campione del basket in carrozzina Carossino si racconta. “Non chiamatemi super uomo, ho ricevuto tanto e sono felice di poter dare”  
di Emanuele Blasi @dott.blasi  

Il coraggio. Quello vero. Quello che davanti ad un destino che ti condanna ad una vita su una carrozzina dall’età di 13 anni, non ti fa indietreggiare. Anzi, ti manda all’attacco. “Nella vita ho avuto situazioni sfavorevoli, ma anche tante fortune”. Filippo Carossino è uno tosto, nato per lo sport, la pallanuoto per precisione da quando ha 3 anni. Uno che per colpa di una maledettissima macchina lanciata a folle velocità ha perso le gambe ma non la voglia di vivere, uno che ha reso la sua vita straordinaria. Filippo faceva la terza media, tornava dal mare con un amico, era fermo davanti ad un cancello quando un lampo dalla strada li ha centrati in pieno. Un colpo da ko per tutti, non per lui. “Perché proprio a me?” Si è chiesto subito, “Come farò a camminare con questa roba?” alla vista delle protesi.


Foto di Augusto Bizzi per Fipic

“In qualsiasi momento ho trovato sempre qualcuno che mi ha dato una mano” ci racconta. “Oggi sono qui non perché ho fatto le cose da solo, non perché sono un super uomo, ma perché oltre a metterci del mio, qualcuno mi ha dato una spinta quando avevo bisogno. Se altri che vivono momenti difficili non hanno avuto persone vicine che hanno potuto spronarli, se in quel frangente io posso essere un esempio con il mio messaggio, allora sono ben contento. Ho ricevuto tanto, sono felice di poter dare”.

Coraggio. E un motto che gli rimbomba nella testa in tante interviste: se cadi sette volte, rialzati otto. «Me lo disse una volta un signore in ospedale, amputato come me. Non mi conosceva, ma aveva sentito la mia storia e venne da me per rassicurarmi sul fatto che si può sempre andare avanti. Una massima che mi ha fatto superare la paura del futuro».

Maglia Briantea84 Cantù, capitano della Nazionale Italiana, Filippo a soli 27 anni è un punto di riferimento per il basket in carrozzina. “Ho detto più volte che la pallacanestro mi ha cambiato la vita. E lo ribadisco. Nella vita capitano tanti fatti, quando accadono situazioni difficili qualcuno ti dà una mano e una spinta e ti ritrovi catapultato in un mondo che ti fa vivere la vita in maniera diversa, con positività. Per me è stato così”.

Pensare che per un momento l’handbike poteva portarlo su altre sfide, ed invece "è uno sport troppo solitario, io ero abituato a quelli di squadra”. I compagni, il rumore del pallone sul parquet, la volontà di spingersi oltre. Un amore a prima vista, che a Cantù gli hanno portato in dote tre scudetti, quattro Supercoppe e cinque Coppa Italia, l’ultima conquistata un mese fa.


Foto di Ufficio Stampa Briantea84

“Abbiamo attraversato tutti un momento difficile e di incertezza durante quest’anno. Alla fine del primo lockdown siamo tornati ad allenarci in sicurezza, facendo sessioni individuali e senza contatto. Piano piano la situazione è un po’ migliorata sotto questo punto di vista, da settembre abbiamo ripreso a lavorare con vista Final Four di Coppa Italia. Oltre alla vittoria che sicuramente ci ha dato grande gioia e soddisfazione per quanto fatto, è stato bello poter ritornare in campo. L’inizio del campionato è stato posticipato al 23 gennaio, noi dobbiamo continuare a lavorare sulla nostra strada per arrivare a giocare cose importanti e farci trovare sempre pronti”.

Idee chiare, definite. Perché parliamo di un professionista del basket, oltre che un grande campione capitano della Nazionale Italiana. “Speriamo di poter cominciare presto questo nuovo campionato, abbiamo tanta voglia di giocare. Ci atteniamo alle decisioni, concentrandoci solo sul nostro lavoro. Tanta è la voglia di ripartire, con l’ambizione di fare del nostro meglio e arrivare in fondo a tutte le competizioni e vedere cosa succede. Riguardo la crisi sanitaria, non ci sono stati grandi cambiamenti per quel che riguarda il mio essere giocatore. Sicuramente ci sono i protocolli da rispettare per cercare di vivere lo sport in sicurezza, i costi per le società che devono essere sostenuti. Questo penso possa essere la vera difficoltà che i club hanno dovuto affrontare”.

Non è sempre facile affrontare tante difficoltà in un paese che spesso si dimentica di non lasciare indietro chi ha realmente bisogno. A cominciare dal rompere le comuni barriere di pensiero.

“Questo è un grande scoglio. Oggi le cose vengono vissute in maniera diversa per fortuna, ora si guarda un po’ meno con l’occhio del pietismo o del “bravi comunque” e ci si concentra più sull’atleta, per tutto il lavoro che si fa. Ancora oggi, e spero possa essere fatto un passo più definitivo nel futuro, la gente va accompagnata nel mondo dello sport paralimpico. Perché in televisione si vede il calcio o la pallacanestro in piedi e quando si vede il basket in carrozzina per molti è difficile approcciarsi in maniera spontanea. Chi si è avvicinato, si è appassionato, guardando il basket in carrozzina con gli occhi dello sport. Con il nostro lavoro, con quello che facciamo e con i messaggi che portiamo in giro noi proviamo a fare questo, per abbattere tanti pregiudizi. Ci vuole tempo”.

Una responsabilità enorme, ricevuta con forza tra le mani e portata avanti con dignità, da esempio positivo per chiunque si fermi un secondo a riflettere sull’importanza della vita. Lo sport è un veicolo fondamentale quando esistono persone come Filippo.  

“Io amo guardare lo sport in generale, leggere libri sportivi di chi ha fatto grandi cose per cercare di rubare e imparare qualcosa, migliorandomi. Sono sempre stato un grande appassionato di calcio, tifoso dell’Inter, quindi potrei dire che Javier Zanetti è la persona che rispecchia più questo identikit. Una grande persona in campo, ma anche fuori: rispettata da tutti, anche dagli avversari. Questo è il messaggio positivo che deve lanciare lo sport. Molto spesso si sente parlare di giocatori con grandi potenzialità, ma che non hanno la testa per fare quello che potrebbero. Però poi ci sono le eccezioni, di chi lontano dai riflettori continua a inseguire il proprio sogno con passione, dando l’esempio”.


Foto di Fabrizio Diral

Ma senza basket, ti vedi?

“Ad oggi no, ho 27 anni e credo di avere ancora tanto tempo davanti a me come giocatore da sfruttare al massimo per non avere rimpianti nel futuro”.

E ai giovani che si affacciano al basket in carrozzina, cosa vorresti dire?

“Prima di tutto bisogna divertirsi, senza avere l’ossessione di diventare qualcuno o dover dimostrare per forza qualcosa. Piano piano poi se si hanno le opportunità e le potenzialità, allora le soddisfazioni arriveranno. È un percorso, però bisogna vivere tutto passo per passo perché quando si raggiungono gli obiettivi allora è ancora più bello. Nello sport va avanti chi è migliore degli altri, certo: però bisogna lavorare, con dedizione si arriva a tutto”.
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