“Stai, Stella Stai!”
Intervista a Germano D'Arcangeli.
Un posto dove è sempre Natale, dove non lo è mai. Un’isola nella metropoli, con la storia del suo passato, le radici nel presente e uno sguardo nel futuro, in un mix di talento, lavoro e contaminazione. A dirigere l’orchestra, Germano D’Arcangeli. 

di Edoardo Caianiello @edoardocaia


Illustrazione di copertina di Simone Colongo @sim_uan

È qui che si incontrano facce strane
Di una bellezza un po' disarmante
Pelle di ebano di un padre indigeno
E occhi smeraldo come il diamante
Facce meticce di razze nuove
Come il millennio che sta iniziando
Questo è l'ombelico del mondo.

Quando l’età media della tua squadra è di poco superiore ai vent’anni, qualcosa di folle c’è, ma poi ti rendi conto che alla Stella Azzurra, l’impresa eccezionale è essere normali. E se la sconfitta è solo un evento, la vittoria è assolutamente un fatto di cultura, ma non di una sola, di tante, da ogni parte del mondo. Un lavoro a livello giovanile costante ed attento, in cui il talento fa la differenza ma non è mai abbastanza. Una contaminazione iniziata agli inizi del nuovo millennio, un ombelico del mondo dove Natale è sempre e mai. 
Ogni mattina, Germano D’Arcangeli, pur non indossandola, sceglie il colore della cravatta e fa l’allenatore, di un sacco di ragazzi tanto diversi quanto uguali, in un viaggio contromano trecentosentacinque giorni all’anno, normalmente ossessivo, di quelli che se non lo vivi, non lo capisci. 
Da Roma Nord fino fuori alla zona di comfort, Stai Stella. Stai. 

Chi è Germano D’Arcangeli?

Un marito, un padre di due figli, una persona abbastanza normale con le ossessioni di una persona normale. Una persona che ha incontrato molte persone e che per questo si sente più ricco. Una persona nel posto giusto, al momento giusto, quando trent’anni fa ha deciso di fare l’istruttore di pallacanestro. Una persona che ha ereditato qualcosa di importante e di cui se ne occupa in maniera fortissima.

Qual è il significato della vittoria?

Senza cercare di rischiare la retorica: la vittoria è una questione di cultura, la vittoria è riuscire ad ottenere ogni giorno qualcosa da qualcuno, non vuol dire esibirsi ma cercare un incastro simmetrico continuo, mettendosi sempre in discussione, uscendo dalla propria zona di comfort. Abbiamo vinto dieci scudetti giovanili, vedendo giovani ragazzi diventare uomini, la nostra cultura è stato vivere questo insieme a loro, ogni giorno, tutti i giorni.

Cosa è invece la sconfitta?

La sconfitta è solo un evento, la sconfitta è uno stimolo, è incazzatura, è genesi di motivazioni, è il segnale che non si è adeguati a qualcosa. Se penso ai miei ragazzi e penso che loro, le sconfitte, le stanno giocando mentre altri ragazzi come loro, non le giocano. Perdere in casi come questi, vuol dire vincere.


Agenzia Ciamillo-Castoria

Di cosa ha paura Germano D’Arcangeli?

Hai presente quello che va contromano in autostrada? A volte mi sento più o meno così. A volte ho paura di non rendermi conto di andare contro i mulini a vento però poi penso a quello per cui lavoriamo, a quello che abbiamo creato, a quale orgoglio sia vedere quei giovani fantastici che hanno la mia stessa visione e che non sanno quanto mi arricchiscono, quanto riescono a contaminare.

Che vuol dire essere allenatore?

È difficile come il colore delle cravatte. E’ essere empatici, maestri senza essere manipolatori. Vuol dire avere quel carisma che ti consente di essere seguito e di essere un leader e per questo, essere allenatore di un giovane, è ancora più difficile.

Contaminazione è:

È fare tesoro di quello che facciamo, è disegnare scenari, è scegliere ad inizio degli anni duemila di vivere in un contesto multiculturale che ci ha trasformato in un puzzle di pezzi che annulla differenze. È essere un posto in cui non c’è la data del Natale, fatto di termini tecnici, di sorrisi, di linguaggio paraverbale.

Ma quindi quando è Natale?

È ogni giorno, non lo è mai. Lavoriamo 365 giorni all’anno. Forse sarà un nostro limite ma siamo chiusi nella nostra realtà, sembriamo isolani.

A cosa non può rinunciare Germano D’Arcangeli?

Ad un “Grazie”. Di quello non posso farne a meno. Ah, e nemmeno ad un “Buongiorno”.


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