INTERVISTA
a Ilaria D’Anna.
La vita di Ilaria D’Anna è l’esempio più cristallino di cosa significhi emergere tra mille difficoltà, buttando il cuore oltre l’ostacolo. Quelli che raggiunge non sono semplici traguardi, ma imprese: il suo spirito pionieristico è l’arma segreta per abbattere ogni tipo di barriera.
di Emanuele Blasi @dott.blasi


Foto di Ufficio Stampa FIPIC

Diciassette punti nella gara contro la Briantea84, prima volta in assoluto che una donna è la miglior realizzatrice di una partita di Serie A di basket in carrozzina, non solo nel nostro campionato, ma anche in tutti quelli maggiori europei. Quanto ne sei orgogliosa?

Orgogliosa si, ma soprattutto felice, perché ripaga un minimo tutti i sacrifici del lavoro fatto da 5 anni a questa parte, inoltre fa bene sia per l’autostima che per avere ancora più stimoli per il futuro. Poi cosa non meno importante, questo risultato ottenuto ha avuto grande risalto mediatico e ne sono felice, non per me, ma per tutto ciò che ne concerne riguardo al mondo del basket in carrozzina in rosa, perché abbiamo bisogno che se ne parli, di fare capire quanto un sport del genere possa essere accessibile anche alle donne giocando insieme agli uomini nei club, nonostante la diversa fisicità, per aumentare i numeri al femminile che purtroppo sono ancora pochi e stimolare il lavoro dei vari club in Italia, che forse da oggi in poi, vedranno le donne con occhi leggermente diversi.

Quanto occorre faticare e confrontarsi con la vita per arrivare a traguardi simili?

Se non ami e non credi in ciò che fai è inutile persino iniziare, ma questo vale per ogni attività e non solo sportiva. Da quando ho scoperto la mia patologia ed ho deciso di praticare il basket in carrozzina, l’ho fatto con serietà e dedizione, perché avevo sempre praticato attività agonistica sin da piccola, dapprima con l’atletica e poi con la pallacanestro e non volevo arrendermi, non avrei potuto mai rinunciare, nemmeno con il pensiero, a fare ciò che era la mia più grande passione, neppure di fronte ad una rara patologia che improvvisamente mi ha cambiato la vita.  

Raccontaci un po’ di te: come la malattia ha inevitabilmente cambiato i tuoi piani?

Nel giro di poco tempo mi sono vista dover rimanere su un letto di un ospedale per circa due mesi, per capire ciò che mi stesse succedendo, visto che avevo difficoltà a camminare. Per fortuna il Dott. Franzutti ha riconosciuto la mia patologia che è la Spondilite Anchilosante e che ha colpito il sacro in entrambi i lati, ed ho potuto cominciare così le cure del caso presso l’Ospedale San Carlo di Potenza. Avevo 28 anni e già due figli piccoli, Cristel e Rocco Thomas di 5 e 3 anni, quindi lascio immaginare come sia cambiata la vita sotto tutti gli aspetti. Qualsiasi cosa che prima sembrava facile purtroppo non lo era più, soprattutto nei primi tempi in cui la patologia era molto attiva, anche riuscire a vestirsi sembrava impossibile, adesso invece ho imparato ad ascoltare il mio corpo ed anche l’attività sportiva, seppur dalla vita in su, mi aiuta tantissimo a mantenere il corpo più elastico e sano.  


Foto di Ufficio Stampa FIPIC

Quali difficoltà deve affrontare un atleta in carrozzina? Il tuo approccio con il basket come è stato?

L’approccio nel senso di avvicinamento al basket anche se in carrozzina nel mio caso è stato semplicissimo, io già giocavo da anni a basket in piedi e quasi come un segno del destino, mio marito con il quale ci siamo già conosciuti sempre grazie alla pallacanestro, era già allenatore di una squadra di basket in carrozzina della città che era nata da poco. Dopo qualche mese fui io stessa a chiedere se potessi giocare nella squadra, perché lui non me l’avrebbe mai chiesto, non per paura o altro, ma perché rispettava i miei tempi e probabilmente già sapeva che sarei stata io stessa prima o poi a chiederlo. Le difficoltà di un atleta in carrozzina in generale che mi vengono subito in mente sono le barriere architettoniche, il semplice ingresso all’impianto o il potersi fare una doccia a fine allenamento. Poi ovviamente ci sono tantissime altre problematiche, il fatto che non basti allacciarsi le scarpe e via, ma bisogna prepararsi tempo prima su una carrozzina, controllare la pressione delle gomme, pulirle ad ogni allenamento e se non c’è un magazzino adatto presso l’impianto sportivo dove ti alleni, devi ricaricare in auto la carrozzina e riportarla ogni giorno a casa. Dal punto di vista sportivo, invece, parlando del basket in carrozzina in particolare, la cosa più difficile da affrontare è la coordinazione delle braccia per gestire palla e ruote, il dover spingere la carrozzina e palleggiare, tenere una ruota per girare, tirare da seduti senza l’uso delle gambe, il tutto considerando ciò che ti sta intorno ossia le misure del perimetro del campo o l’altezza dei canestri, che a livello di regolamento rimane identico alla pallacanestro in piedi.

Quanto ruota intorno al basket la tua vita?

Il basket è sempre stato tutto nella mia vita, come ho già detto ho conosciuto anche mio marito nonché allenatore Antonio Cugliandro grazie alla pallacanestro, in cui in una estate durante un torneo di 3VS3 io oltre ad essere giocatrice ero anche arbitro di pallacanestro perché mi ero abilitata anche come arbitro per amore della palla a spicchi. Oggi ancora devo dire che il basket è completamente parte integrante della mia vita, tra il club di cui sono anche Presidente oltre che capitano, e quindi devo gestire anche aspetti extra sportivi, oltre che far parte della Nazionale femminile che mi coinvolge tra i vari raduni e competizioni.

Se dovessi indicare qualcosa che ti manca nella vita, cosa sarebbe? E inverso, che invece hai ritrovato?

E’ difficile rispondere. La vita ci dà e ci toglie, l’importante è sapere che c’è sempre una seconda chance ed io l’ho trovata nel basket in carrozzina. Ma se proprio devo individuare una assenza, allora è quella dei tifosi durante le partite e del loro calore, in primis quello di mio padre che purtroppo è venuto a mancare quasi due anni fa. Lui era il primo tifoso per eccellenza anche se all’inizio del mio percorso del basket in carrozzina era titubante e adesso invece tengo gelosamente le foto fatte da lui mentre ero in campo durante le partite. Purtroppo le persone ancora non hanno compreso quanto lo sport del basket in carrozzina sia spettacolare e farli avvicinare a quello che secondo loro è uno sport minore è difficile, certo è che una volta che hanno assistito ad una partita se ne innamorano. Noi atleti meritiamo il calore del tifo ed i tifosi meritano di assistere ad uno spettacolo, alla fine è un reciproco arricchimento.

Unica donna nel roster, capitano, esperienza da vendere: è complicato unire tutto questo? E il fatto di giocare in un campionato con prevalenza di atleti maschili, ha cambiato le tue ambizioni o ti ha costretto a superare ulteriori limiti?

Per me tutti questi sono sempre stati considerati stimoli, essere l’unica donna, il capitano e mettersi in competizione con coloro che normalmente all’inizio quasi ti snobbano per poi stargli antipatica perché l’azione prima gli hai strappato letteralmente via la palla dalle mani e successivamente fatto un canestro in faccia…cosa volere di più?!?!

A parte gli scherzi, per confrontarsi con gente fisicamente più grossa ed alta di te devi per forza dare sempre il 100% e mai abbassare la guardia, quindi tutto questo ti porta a fare obbligatoriamente uso della grinta ed adrenalina che c’è in te e quando ti va bene della “trans agonistica” che come è capitato qualche volta ti porta poi a fare prestazioni super.  


Foto di Ufficio Stampa FIPIC

“Mai dire mai, perché i limiti, come le paure, spesso sono solo un’illusione” diceva Michael Jordan. E’ davvero così?

Assolutamente si, il nostro motto è “non c’è caduta dalla quale non possiamo rialzarci, perché l’importante è mettersi in gioco”. Noi ci mettiamo quotidianamente in gioco dentro e fuori dal campo, proprio perché gli unici limiti sono quelli mentali e solo quelli possono frapporre ostacoli tra le tue aspettative e la realtà.

Cosa ti rende felice?

Far parte di una squadra affiatata e coesa, dove sono l’unica donna si, ma senza rendermene conto. Ogni volta che calco il parquet di gara, ogni volta che tiro a canestro, che spingo la carrozzina, che gioco con i miei compagni di squadra o che ricevo un “cinque” dal coach sono felice, è lo sport della pallacanestro che mi rende felice.

Come avete affrontato l'emergenza sanitaria da Covid-19, sia a livello di allenamenti che di campionati?

Ci vuole sicuramente dietro una grande organizzazione tra sanificazioni, tamponi, autocertificazioni e tant’altro. Mi sono resa conto che organizzare anche solo una partita casalinga è diventato come organizzare un vero e proprio evento sportivo a tutti gli effetti. In ogni caso quando finalmente abbiamo potuto riprendere l’attività sportiva, con tutti i protocolli e gli accorgimenti richiesti dalla Federazione c’è sembrato un sogno e nonostante le problematiche connesse all’organizzazione, sanificazione dei locali, ecc. l’unica cosa che ha prevalso è ritrovare il sorriso con lo sport.


Foto di Ufficio Stampa FIPIC

In breve tempo hai conquistato la Nazionale: il ricordo migliore che hai e quello che vorresti vivere?

Il ricordo più bello è stata la prima storica vittoria dopo dieci anni dalla nascita della prima Nazionale Italiana femminile durante l’Europeo a Worchester (UK) contro la Turchia, era la mia prima convocazione in Nazionale, il mio primo Europeo e ricordo ancora con emozione quando suonò la sirena, piangevamo tutte dalla gioia per quella storica ed inaspettata vittoria dove tra l’altro venni anche premiata come MVP dell’incontro. Da allora per un cambio di regolamento siamo state inserite tra le nazionali femminili di divisione B ed il mio sogno è contribuire a riportare l’Italia nell’Europeo A anche se è un obiettivo ostico, ma con impegno e determinazione sono certa che io e le mie compagne raggiungeremo anche questo traguardo.

Ti dividi tra atleta e Presidente della Reggio Calabria Basket in Carrozzina, come si ricoprono due ruoli così importanti?

Sino all’anno scorso non immaginavo quanto lavoro ci fosse “fuori dal campo” dedicandomi incessantemente solo all’attività sportiva (oltre ovviamente alla mia famiglia). E’ stata un’altra sfida che sto vincendo quotidianamente, grazie anche a professionisti esperti in ambito sportivo come Amelia Eva Cugliandro con cui quotidianamente mi interfaccio e collaboro. Ho compreso, comunque, che c’è molto di più dietro al parquet di gara, che come in tutti gli altri ambiti, anche in ambito sportivo necessitano delle figure specializzate per fare in modo che tutto “ruoti nel verso giusto” in campo e fuori..


Foto di Reggio Calabria Basket in Carrozzina

Che obiettivi avete per questa stagione?

Essendo una matricola della serie A e vista la decisione della Federazione Italiana Pallacanestro in Carrozzina, a causa del Covid, di non effettuare retrocessioni per questa stagione sportiva, abbiamo sin da subito pensato di lavorare su atleti giovani provenienti dalla serie cadetta, me compresa, per maturare l’esperienza necessaria  in modo che l’anno prossimo potremo arrivare ancora più pronti a poter disputare la massima serie, magari con l’aggiunta di qualche altro innesto di comprovata esperienza. Quindi vincere o perdere quest’anno sinceramente conta veramente poco se non per motivi di soddisfazione, ma per noi già essere in campo in un campionato di serie A ed essere tornati a giocare dopo aver passato questo brutto periodo è già una vittoria!

Hai l’occasione di sponsorizzare il tuo sport e fare leva su giovani ragazze che si affacciano per la prima volta su un parquet: che consiglio daresti?

Innanzitutto vivere lo sport in generale è il mio primo consiglio, soprattutto nel nostro mondo in cui ragazzi e ragazze, grazie a qualsiasi attività sportiva ovviamente, non solo il basket in carrozzina, possono diventare autonomi, fare amicizie, viaggiare, farti maturare come uomo o donna, vivere emozioni che solo lo sport può dare. Poi essendo io di parte è ovvio che consiglio maggiormente il basket in carrozzina in quanto sport di squadra in cui puoi confrontarti con altri ragazzi/e, metterti in discussione, anche con il compagno di squadra stesso perché magari vuoi dimostrare al tuo coach di meritare tu il posto da titolare, condividere le gioie ed i dolori post gara e poi la dinamicità che da il basket in carrozzina durante il gioco, gli scontri, le cadute per rialzarsi il prima possibile e tornare a superare il tuo avversario, il tiro all’ultimo secondo dell’azione…beh, che spettacolo il wheelchair basket!!!

Partecipa al crowdfunding. Aiuta Ilaria e la Reggio Calabria Basket in Carrozzina ad acquistare un pulmino nuovo che possa permettere loro di continuare nei progetti di sensibilizzazione ed inclusione sociale di ragazzi con diverse abilità.


︎ Contact Us
Rome, Italy.