INTERVISTA
a Luca Infante.
Il basket per Luca Infante non si ferma di certo al campo di gioco. Il lungo di Mantova ci racconta progetti presenti e futuri, descrivendo il suo complesso percorso di formazione che oramai va avanti da anni.
di Simone Colongo @sim_uan 


Trentotto anni solo sulla carta d’identità, perché l’entusiasmo e l’energia restano sempre quelli del ragazzino alle prime armi, ma Luca Infante, uomo d’esperienza degli Stings Mantova, ha cominciato a costruire il suo futuro anche per quando avrà smesso definitivamente di lottare sul parquet.

Credits: Agenzia Ciamillo-Castoria

Luca, o per meglio dire “Infa”, quando comincia attivamente il tuo impegno anche fuori dal campo?

Direi che possiamo partire dal 2013, anno in cui Alessandro Marzoli è stato eletto per la prima volta presidente della GIBA, chiedendomi di diventarne consigliere insieme a Mario Boni per contribuire al rilancio dell’Associazione. Ero nel pieno della mia carriera, ma ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto rimanere in questo ambiente anche in futuro, e questa è stata una prima occasione per aiutare gli altri giocatori ad ottenere il riconoscimento di qualche diritto in più.


Ci sono state riforme che ritieni particolarmente significative in questi otto anni?

Ne ricordo sicuramente alcune in maniera particolare: penso alla cassa integrazione per i giocatori che restano disoccupati o alla legge passata in Parlamento sulle giocatrici rimaste incinta, per far sì che il contratto non si interrompa e continuino a godere degli stessi diritti concordati al momento dell’accordo. Penso che sia difficile entrare in un ambiente lavorativo se hai oltrepassato i 40 anni, perché qualunque esso sia, troverai sempre gente più giovane, per questo è importante cominciare a pensarci prima e piantare delle radici su cui poggiare le basi.


Un impegno con la GIBA cui si è successivamente abbinata anche una costante formazione dirigenziale.

Si, abbiamo intrapreso questo percorso con l’Università Telematica IUL ormai tre anni fa, con l’allora 1^ edizione del “Corso dirigenti sportivi”, in effetti il primo dedicato alla figura del manager sportivo e che fosse improntato in maniera esclusiva al mondo del basket. Un vero e proprio viaggio all’interno di tutte le aree di cui si compone una società sportiva, quale può essere la gestione amministrativa, la costruzione di un settore giovanile o comunicazione e marketing, conosciuti direttamente attraverso le esperienze e testimonianze dei migliori dirigenti del settore. È seguita una prima specializzazione, mentre nel mese di aprile è previsto l’inizio di “Basket Management”, un nuovo corso che ci permetterà di approcciare anche le dinamiche gestionali di una società professionistica.


Si comincia a pensare a fare il dirigente quando ci si avvicina agli ultimi anni di carriera?

Si, in effetti  credo che conti molto il fattore anagrafico e il “peso” che puoi avere anche all’interno di uno spogliatoio, perché mentre se hai 25-30 anni pensi a fare il giocatore e basta, col passare delle stagioni cominci ad essere coinvolto o comunque interpellato anche in una serie di altre scelte societarie. Ciò ti porta in maniera abbastanza spontanea ad iniziare a pensare anche con la testa del dirigente o dell’allenatore, non solo con quella che poi effettivamente indirizza le tue scelte mentre giochi.


Quanto può essere articolata e dettagliata una buona organizzazione societaria, a prescindere dalla categoria?

Penso che ormai, soprattutto nell’epoca che stiamo vivendo, la partita di campionato nel weekend sia solo una parte, seppur quella più evidente, della struttura piramidale di un club. Dietro ci sono i rapporti umani che si instaurano quotidianamente, la pianificazione e gestione di un settore giovanile, così come quella a volte sottovalutata degli impianti sportivi: le società più virtuose e lungimiranti investono su giocatori che saranno il futuro della società stessa. Allo stesso tempo costruire una squadra non si esaurisce con l’aver ingaggiato i 10-12 migliori giocatori possibili, quanto lavorare per farli stare bene e metterli nelle migliori condizioni possibili, in campo e fuori, attraverso il contributo a volte oscuro, ma prezioso, di alcune figure che operano nel club. La stessa comunicazione, se fatta bene, in questo periodo di porte chiuse e lontananza dagli impianti, si può rivelare decisiva per far arrivare nelle case dei tifosi ogni singolo momento della vita di un club, che preceda quello ovviamente più atteso, quale può essere la partita di campionato.


C’è una lezione che ti è rimasta particolarmente impressa in questi anni?

La domanda mi permette di ampliare il concetto espresso poco fa, perché ci è stato spiegato nel dettaglio come costruire roster competitivi anche senza avere ingenti budget a disposizione. Credo sia questo il momento in cui si vede realmente la bravura e competenza di un dirigente, sfruttando le risorse per comporre una squadra che sia all’altezza della situazione, tenendo nella giusta considerazione anche il valore umano: non basta prendere un giocatore che faccia 20 punti a partita, perché quello lo si vede anche nei video e con le statistiche, ma fare 50 telefonate per informarsi a fondo e sapere che tipo di persona si stia prendendo, prima ancora di che giocatore.


Essere atleta è inconciliabile con altre attività, come a volte si tende a far credere, o permette anche di cominciare a guardare concretamente al futuro?

Io penso che la vita del giocatore sia cambiata e porti a guadagnare meno soldi di quanto potesse accadere prima. Per questo suggerisco la partecipazione a corsi di questo genere quando si è ancora in attività, perché oltre a conoscere meglio aspetti che riguardano direttamente la nostra professione, possiamo avere un’infarinatura generale su tutta l’attività manageriale in ambito sportivo, un futuro che di certo non possiamo pensare di costruire improvvisamente a 40 anni. Ci viene data la possibilità di studiare, grazie all’elasticità dell’online, senza l’assillo di un esame da dover superare a tutti i costi, quanto per apprendere, applicare e migliorare direttamente ciascuno il suo lavoro dirigenziale attraverso le testimonianze più significative in ogni settore. Poi siamo in un periodo in cui tutto è monetizzabile, quindi rapporti con partner ed istituzioni per realizzare iniziative di marketing e comunicazione diventano indispensabili, ma bisogna anche sapere come farle.


C’è margine per pensare di lavorare nello sporto o resta un mondo ancora troppo chiuso alle istanze esterne?

Ingaggiare queste figure significa alzare la qualità operativa della propria società, affidandosi a persone che, avendo studiato a questo scopo, avranno particolari motivazioni e competenze da mettere a disposizione del club di appartenenza. Di sicuro il salto di qualità si compie se anche presidenti e proprietari dei club comprendono appieno l’importanza di queste figure internamente alla propria organizzazione anche in quegli aspetti apparentemente lontani dal parquet, quali possono essere rapporti con gli sponsor e il territorio. Un dirigente che non sta lavorando può approcciare in maniera proattiva, proponendo un progetto credibile che prenda spunto da tutte le testimonianze proposte: sono tutte replicabili ed adattabili al proprio contesto di riferimento praticamente a costo zero. 
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