INTERVISTA
a Marco Ramondino.
La storia professionale di Marco Ramondino ha veramente pochi eguali. Ce la racconta in prima persona il coach del Derthona Basket, protagonista di una regular season a tratti entusiasmante.
di Paolo Sinacore @bigshotpaul


Credits: Agenzia Ciamillo-Castoria

Il tuo percorso da allenatore, soprattutto agli esordi, non è stato di certo tra i più comuni e anonimi: a 20 anni avevi già alle spalle un’esperienza nel settore giovanile della Scandone, per poi fare il grande passo nello staff della AIR Avellino di Zare Markovski in serie A1. Com’è stato confrontarti con professionisti più grandi ed esperti di te? Hai mai avuto problemi nel far percepire la tua autorevolezza?

È stata un’esperienza che ho potuto apprezzare pienamente solo molti anni dopo, acquisita un po’ di maturità e consapevolezza. Allora ero estremamente giovane e inesperto, più preoccupato a non fare brutte figure che a far percepire la mia eventuale competenza, figuriamoci autorevolezza. Al di là della riconoscenza nei confronti di Zare per la grande opportunità (e per avermi rivoluto con sé a Bologna nel 2011), è stato molto bello poter vivere quotidianamente a contatto con grandi campioni come Larry Middleton, David Vanterpool e Ante Grgurevic, cui ero molto affezionato.


Col senno di poi, senti di aver bruciato eccessivamente le tappe, o quella esperienza resta un privilegio che ti ha permesso di affrontare al meglio le tue successive avventure in panchina?

Alla fine di quella stagione ebbi la sensazione che ci fossero parecchi “pezzi” che mancassero al puzzle. Mi ha aiutato a prendere consapevolezza di cosa realmente significasse essere allenatore in prima persona di squadre giovanili e assistente al massimo livello. Sono stato fortunato a poter fare un percorso alternativo, meno facile sicuramente, ma che mi ha permesso di completare la mia formazione, andando ad allenare in una società di Serie B a Salerno, con Andrea Capobianco, e un eccellente settore giovanile.


Ci sono giocatori della tua squadra (o di squadre che hai allenato in passato) che riescono a far sentire maggiormente la loro leadership durante la partita, e per i quali intravedi una futura carriera da allenatore?

Sono stati davvero tanti: da Assistente Allenatore negli anni di Avellino, Jesi e Teramo, e nelle ultime esperienze da Capo Allenatore, sono stato a contatto con grandi persone innanzitutto, oltre che eccellenti giocatori. Alcuni in effetti hanno intrapreso la carriera da allenatore. David Vanterpool o Lupo Rossini erano veri allenatori in campo ma anche Drake Diener, David Moss, Anthony Maestranzi, Ryan Hoover, Valerio Amoroso, Davide Cantarello, Ivan Zoroski, Brett Blizzard, Jamarr Sanders, Fabio Di Bella, Niccolò Martinoni, Alessandro Cittadini. Ne dimentico sicuramente molti altri. Giuseppe Poeta ad esempio è una mente cestista sopraffina, ma mi dice sempre che non farà l’allenatore. Credo che per giocare ad alto livello in maniera consistente sia necessario avere delle qualità di leadership, competitività e comprensione del gioco che sono requisiti fondamentali per eccellere anche da allenatore.


Credits: Agenzia Ciamillo-Castoria

Parlaci degli obiettivi di Never Stop Learning, il nuovo progetto promosso da te e da Luciano Nunzi. A chi è indirizzato? Come si sviluppa?

La formazione non si ferma mai. In un periodo di incertezza sulla ripresa dell’attività giovanile e di grande difficoltà per definire momenti di condivisione, abbiamo voluto mettere a disposizione degli allenatori, del nostro Club innanzitutto ma non solo, la possibilità di confrontarsi con relatori che riteniamo di alto livello, che ci potessero testimoniare le loro esperienze e darci spunti di riflessione. Chi si occupa di formazione deve avere cura nell’aiutare giovani persone e atleti a diventare la miglior versione di sé stessi e deve essere consapevole di avere una grande responsabilità, e per questo prepararsi al meglio. Siamo sicuri che questo sia un “sentimento” condiviso.


Mettendo momentaneamente da parte Tortona, a quale piazza sei rimasto maggiormente legato?

Credo di essere una persona con spirito di adattamento e ho avuto anche la fortuna di fare esperienze in contesti molto familiari: a parte una stagione a Bologna, ho sempre vissuto in città mediamente piccole e per questo mi sono sempre sentito a casa. A Salerno ho vissuto anni bellissimi, in vera e propria simbiosi con gli altri membri del Club, si sono create relazioni splendide. A Teramo l’esperienza professionale non è finita nel migliore dei modi ma ho conosciuto quella che poi è diventata mia moglie. A Jesi sono rimasto legato a molte persone cui sono veramente affezionato. Casale Monferrato è stato il posto nel quale, professionalmente e umanamente, ho vissuto gli anni più belli e nel quale abbiamo scelto di stabilirci come famiglia. Sono stato molto fortunato.


Un pensiero a questa fase della stagione regolare, che per la Derthona è stata quantomeno sottotono (manca all’appello l’importante recupero della partita contro Udine). È subentrata forse un po' di stanchezza?

La stagione, purtroppo o per fortuna, è ancora molto lontana dall’essere nella sua fase finale. Siamo in ballo da più di sette mesi e mancano, per meriti dei nostri ragazzi, almeno altri cinquanta giorni, visto che i playoff inizieranno il 23 maggio. Noi eravamo consapevoli che, dopo i tanti problemi avuti nel mese di gennaio, avremmo “pagato il conto” nei mesi di febbraio e marzo, nei quali abbiamo giocato 12 partite. Tutti hanno avuto alti e bassi, in una stagione come questa era anche facilmente pronosticatile. Non siamo stati assolutamente contenti di alcune prestazioni ma i nostri giocatori hanno dato forse anche più di quello che avevano: ora, pur avendo fatto più di quanto ci aspettassimo, vogliamo trovare il modo di fare un ulteriore e importante miglioramento per essere competitivi fino in fondo.


Le due partite di Coppa Italia appena giocate (vs Ferrara e vs Napoli), al netto dell’amaro in bocca che sicuramente ha lasciato la semifinale persa all’overtime, hanno ridato un po' di fiducia e mostrato che Tortona resta una squadra competitiva ad alti livelli. Quali sono al momento gli obiettivi realistici per le fasi successive?

Obiettivi non ce ne poniamo. Abbiamo già fatto più di quanto aspettato e pronosticato da tutti in preseason. Dall’inizio della stagione invece, grazie alle prestazioni, in molti ci hanno affibbiato etichette di favoriti o di squadra da battere: questo è stato per noi motivo di orgoglio e non siamo mai fuggiti dalla pressione, perché i primi a volere fare sempre il meglio siamo noi. Giocheremo sempre per vincere l’ultima partita della stagione.


Infine un pensiero sul complicato periodo storico che stiamo vivendo, legato imprescindibilmente alla pandemia: quali difficoltà stai riscontrando nella gestione quotidiana del gruppo in relazione a quanto sta accadendo?

Abbiamo un gruppo di persone molto in gamba, con valori e spirito di sacrificio. I giocatori ascoltano e, con grande disciplina, seguono la strada che abbiamo provato a tracciare per arrivare alla fine di una stagione che, bisogna dirlo, tutti sapevamo sarebbe stata complessa. E per questo non è mai potuto essere un alibi, ma al massimo una sfida da affrontare.


Credits: Agenzia Ciamillo-Castoria

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