INTERVISTA
Simone Zanotti, a Pesaro un anno… azzurro!

Archiviato il campionato, l’ala di Torino ci racconta che stagione è stata quella della sua Carpegna. “Siamo stati la rivelazione della prima parte del campionato, dispiace non aver giocato la seconda nella stessa maniera. La prima chiamata in Nazionale? Una gratificazione unica!”. di Emanuele Blasi @dott.blasi  


Credits: Agenzia Ciamillo-Castoria

L’obiettivo salvezza quasi trasformato in un posto playoff, la finale di Coppa Italia, la prima chiamata in Nazionale. La stagione appena conclusa da Simone Zanotti con la maglia di Pesaro è da album dei ricordi. E non solo perché lo consacra tra i professionisti, ma anche e soprattutto perché, dopo tanta serie B, l’asticella dell’ala torinese si è alzata in maniera esponenziale.

Se mi chiedi che stagione è stata a livello personale ti dico che sono abbastanza contento” ci racconta. “Mi sono tolto soddisfazioni importanti come la Nazionale e l’aver dato valore alla mia squadra. So che avrei potuto fare di più, so quali sono i difetti su cui devo lavorare e questa stagione è stata perfetta per crescere e farsi trovare pronto alla prossima”.


La salvezza di inizio stagione è mutata partita dopo partita con un girone d’andata importante, il paradosso potrebbe essere che vi resta un po’ di amaro in bocca per non aver fatto lo stesso in quello di ritorno.

Hai detto bene, ad inizio anno gli obiettivi era prefissati e alla base c’era quello di rimanere in serie A, ma durante il girone d’andata siamo stati una rivelazione sotto un certo aspetto, e col passare degli eventi uno poteva ambire anche ad obiettivi più grandi, almeno fino a febbraio. C’è un po’ di rammarico per la seconda parte del campionato, dove siamo calati: non ti saprei dire neanche se per un motivo solo o per tanti. E’ un po’ triste perché potevamo far meglio e abbiamo dimostrato di essere una grande squadra, ma siamo contenti lo stesso perché ci siamo presi diverse soddisfazioni come la finale di Coppa Italia, non proprio una cosa di tutti i giorni”.


Hai parlato di più motivi, ma da giocatore quanto condiziona questa situazione di emergenza sanitaria da Covid-19? Cosa che avete dovuto fronteggiare anche voi in maniera importante…

Questo campionato è stato molto diverso dagli altri, per tutti. Le situazioni sono molteplici e diverse anche nelle modalità, perché una squadra può essere colpita dal Covid in un unico contagio o nel tempo. Noi abbiamo avuto la sfortuna che ci ha colpito non una volta sola per poi tornare a giocare più tranquillI, ma ci siamo contagiati un po’ alla volta. Nella prima parte del campionato eravamo in ritmo, nella seconda, dopo la Coppa Italia, con coach Repesa positivo e la Virtus Roma esclusa, abbiamo avuto uno stop troppo lungo, tornando a giocare in maniera meno brillante”.


Proprio Repesa. Che allenatore è?

Di lui si vedono le cose più pubblicizzate tipo gli schiaffoni, ne ha un po’ per tutti ma è un modo per motivare e gli viene in automatico, ovviamente senza cattiveria. Il rapporto con me è molto buono, è un allenatore disposto a parlarti e spiegarti le cose come vuole farle lui, meticoloso e mai contento, come i migliori coach. E ti dirò anche un’altra cosa, all’interno della squadra c’è stata molto chimica, i rapporti sono belli anche per queste cose, e siamo disposti ad allenarci con intensità ed impegno. Questo predispone in maniera positiva e diretta ogni tipo di rapporto, soprattutto con il coach che dalla sua sfrutta questa caratteristica essendo un allenatore molto esigente”.


Credits: Agenzia Ciamillo-Castoria

Da un grande allenatore come Repesa ad un altro di nome Meo Sacchetti, che significa prima convocazione in Nazionale.

E’ stata un’esperienza bellissima, purtroppo non riesci a godertela pienamente per il Covid ma è gratificante, ti fa capire che stai lavorando nel modo giusto e che devi continuare in quella direzione. Avevo indossato la maglia azzurra solo nelle Nazionali giovanili, ricevere la chiamata in quella senior vuol dire aver lavorato con forza e convinzione”.


Cosa che un passato in serie B può darti, quando poi fai il grande salto tra i professionisti.

In serie B c’è un tipo di basket diverso, gli spazi sono molto più stretti rispetto alla A dove il campo è più largo per il talento, la precisone e la fisicità dei giocatori presenti. Nelle serie minori fai tanta ‘legna’, a me è servito soprattutto per un processo mentale, perché ad un certo punto ti devi fare delle domande e chiederti cosa vuoi veramente. Io ero convinto di poter ambire a qualcosa di più grande, di riuscire a guadagnarmi qualcosa in più, e la chiamata di Pesaro ha reso tutto più semplice”.


Se ti dovessi dare un obiettivo prossimo, quale sarebbe?

Mi ero dato quello di essere convocato in Nazionale, e l’ho raggiunto in parte, perché devo lavorare per essere più solido, per farmi trovare ancora più pronto”.


Ed uno futuro?

Ne ho tanti, ma sono obiettivi davvero grandi, come quello di vincere un’Eurolega, un campionato. In mezzo c’è tanta strada da fare e occorre stare concentrati su quello che devi fare quotidianamente dentro il palazzetto. Il grande obiettivo è conseguenza del piccolo obiettivo, quello da raggiungere giorno dopo giorno in campo tramite lavoro ed impegno”.


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