BENTORNATA NAZIONALE
Forte, gagliarda e baby.
Cinque esordienti nelle scelte di Sacchetti. Lo storico Team Manager azzurro Claudio Silvestri: “Vedere tanti giovani mi entusiasma”.
di Emanuele Blasi @dott.blasi



Venticinque anni. A leggerlo sovrappensiero, si pensa ad un passato remoto. Ed invece è il presente più presente, perché è l’esatto calcolo dell’età media degli azzurri che sabato e lunedì prossimo (contro Macedonia del Nord e Russia) scenderanno in campo nella “bolla” di Tallinn, in Estonia, per giocarsi altre due gare di qualificazione ad EuroBasket 2022. L’Italia, già qualificata di diritto come paese ospitante, comanda comunque con 4 punti la classifica, ed è pronta a dare l’ennesimo segnale col suo Deus Ex Machina Meo Sacchetti, ancora una volta capace di arricchire la Nazionale con giocatori dal curriculum giovanissimo ma pieni di talento e sacrificio al lavoro. “Questi ragazzi mi hanno lanciato un messaggio e io l’ho recepito – le parole del CT – perché sono abituato a vederli in campionato ma volevo vederli in questo ambiente e con questa maglia. In diversi avranno la possibilità di debuttare in Azzurro e ciò che più desidero è che si ricrei quello spirito visto a febbraio scorso, quando oltre alle vittorie c’è stata una partecipazione e un coinvolgimento incredibile”. I più “anziani” sono Luca Vitali e Giampaolo Ricci, il più giovane Alessandro Pajola, ma solo perché uno dei più attesi, Paolo Banchero, ha dovuto dare forfait all’ultimo complice un leggero stato febbrile accusato da uno dei membri della sua famiglia. L’ala nativa di Seattle avrebbe messo addirittura a referto il 2002 come anno di nascita, affiancando i debutti di Davide Alviti, Tommaso Baldasso, Davide Moretti, Andrea Pecchia e proprio Alessandro Pajola nei dodici scelti dal coach azzurro, su cui spicca il ruolo di capitano di Amedeo Della Valle.


Una Nazionale così mi entusiasma, perché è composta da giocatori che devono dimostrare per la maggior parte tutto o quasi, e che quindi daranno tantissimo alla causa azzurra”. A raccontarcelo è Claudio Silvestri, serenamente in pensione dopo ben 37 anni di onorata carriera nella Federazione Italiana Pallacanestro vissuti come punto di riferimento per tante Nazionali Senior Maschile e per l’intero Settore Squadre Nazionali. Nel ruolo di Team Manager ha partecipato a tredici Campionati Europei, tre Mondiali e due Giochi Olimpici, c’era lui in panchina quando gli azzurri conquistavano il tetto d’Europa a Parigi nel ’99 e nel 2004 ad Atene lo storico argento Olimpico.   

“Quando vedo le convocazioni e le partite della Nazionale mi rendo conto che sto invecchiando davvero, ne conosco sempre meno (sorride, ndr). Però queste giovani scelte accendono nuovi riflettori sul mondo azzurro e anche i più anziani, che hanno senza dubbio più esperienza, sono nel pieno della loro maturazione sportiva e saranno chiamati a responsabilità dirette, cosa che li farà crescere. Prendi proprio Amedeo Della Valle come capitano, per lui sarà una cosa straordinaria avere quel ruolo e sarà una spinta in più per metterlo nelle condizioni di migliorare come giocatore”.

Sono venticinque anni le due parole chiave di questa Nazionale. Ti stupisce o è il normale seguo del basket italiano? Perché c’è molta curiosità nel vederli in campo, un mix tra spinta emotiva e presa coscienza del ruolo.

Ti dico una cosa quasi sottovoce: le Nazionali che dovevano dimostrare qualcosa in genere hanno fatto quasi sempre buoni risultati. Penso spesso all’Europeo che facemmo in Svezia, valevole per la qualificazione alle Olimpiadi di Atene: quella Nazionale, a detta di tutti, era la peggior squadra allestita, vai a rivedere i titoli dei giornali i giorni prima della partenza. E noi dovevamo dimostrare in campo il nostro livello. Il resto è storia, perché dopo un inizio tragico, siamo riusciti a cambiare opinioni e giudizi, conquistato un bronzo ed aperto quella strada che poi ci avrebbe portato all’argento olimpico l’anno dopo”.   

Tu che hai vissuto da Team Manager l’esplosione degli italiani “americani”, pensi possa essere concluso il loro ciclo con questo tipo di approccio alla Nazionale?

“A naso penso che più si vada avanti con la carriera e più si pensa ai contratti, sono gli ultimi fuochi e scatta anche molta più attenzione alla salute, a stare bene, agli infortuni. Parliamo di giocatori che hanno sempre considerato al massimo l’impegno con la Nazionale, in primis Marco Belinelli che ha fatto tutto il percorso dalle giovanili fino alla prima squadra con passione e dedizione. Chissà, se ci dovesse essere una qualificazione importante, magari si può anche studiare un rientro, però lascerei lavorare i giovani, giocarsi al meglio quello che si sono conquistati sul campo”.

Campionato e Nazionale, tutti cercano una formula per un utilizzo ottimale degli italiani in modo da avere competitivo il primo e vincente la seconda. Che ne dici?

“E’ difficile trovare una formula, noi siamo sempre stati esterofili, a meno di pochi personaggi che hanno attirato su di loro l’attenzione dei media per cose straordinarie. La maggior parte delle volte gli italiani sono sempre stati considerati come supporto degli stranieri, il valore delle squadre si dà in base agli stranieri che si hanno, gli italiani vengono considerati meno sia dagli addetti ai lavori che dai media. Sarebbe giusta un’inversione di tendenza perché ci sono italiani che si meritano la scena, basti vedere che a livello internazionale fanno prestazioni di spessore e non ci fanno certo rimpiangere altri giocatori”.

Non possiamo non chiederti un aneddoto, un ricordo che ti porti delle tantissime competizioni a cui hai partecipato con il tricolore sul petto…

“Eh, la memoria comincia cedere e ce ne sono davvero tantissimi. Quello a cui sono più legato è lo sfortunato mondiale in Giappone, un Beli giovanissimo alla sua prima apparizione nella Nazionale Senior fece letteralmente ammattire gli americani, che non tenendolo più lo presero per la maglia e gliela strapparono tutta. Custodisco gelosamente la foto con lui nei tunnel del Palazzo dello Sport a Saitama con la maglia tutta rotta, una sorta di preludio a quello che poi avrebbe fatto nella sua carriera, ne ha fatti ammattire eccome di americani”.

Hai un consiglio da dare a tutti questi giovani che sabato giocheranno la loro prima gara in azzurro?

“Di amare questa maglia, di amarla veramente fino all’inverosimile perché i successi che si ottengono in Nazionale sono quelli che ti riempiono più di gioia, di orgoglio, e anche di notorietà. Vincere in Nazionale ti rende immediatamente noto a tutti, vincere con il club esprime il valore più quella squadra che del singolo”. 


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