FOCUS
Caro basket ti scrivo, così mi distraggo un po’.
La pandemia vista dagli occhi di un bambino del Minibasket. I dubbi, le paure, la forza e la voglia di ricominciare.
di Emanuele Blasi @dott.blasi


Mi chiamo Martin. Ho sette anni e mezzo e gioco a basket, sono un playmaker. Sapete, quelli che portano la palla, che la passano ai compagni liberi, tirano e segnano. Papà mi dice sempre che un buon playmaker deve saper palleggiare bene, che deve saper usare tutte e due le mani e che deve farsi voler bene dai compagni, così possono fidarsi di lui. A me non piace tanto palleggiare con la mano sinistra, non sono capace, ma il coach insiste negli esercizi con i birilli ed i cambi di mano, dovete vedere come si arrabbia se palleggio solo con la destra…Appena si gira cambio mano, sono forte con quella, segno di più, ma è un segreto, non glielo dite per favore. Sono due anni che gioco a basket, questo è il terzo, e ho dei compagni forti e qualcuno che non è capace. È appena arrivato, mica puoi essere bravo come me che ho tre anni di basket no? A scuola non faccio altro che disegnare il mio coach che mi allena, i miei compagni e me sempre col pallone. È stato papà a portarmi per la prima volta in palestra, quella della mia scuola, perché l’ho sentito parlare con mamma che il calcio non gli piace, ci sono troppe parolacce. Io in televisione me le vedo le partite di calcio, mi piace, e infatti non ero molto convinto di giocare a basket. Mi vergognavo un po’, non arrivavo neanche al canestro le prime volte, i compagni non mi passavano mai la palla. Ma correvo tanto, sono veloce, e questo li ha convinti a darmi fiducia e adesso gioco tanto, mi diverto un sacco con loro e non vedo l’ora che arrivi martedì e venerdì, i giorni di allenamento, senza contare la domenica quando ci alziamo con mamma e papà e andiamo a giocare la partita, una volta nella nostra palestra e l’altra in un campo spesso vicino ma anche lontano.


Tutto questo prima del virus. Prima del fatto che non siamo più andati a scuola, che non si poteva uscire di casa, che non ho potuto vedere come prima nonno e nonna. Che i miei genitori mi spiegassero che era arrivata un brutta malattia, che dovevamo stare attenti a toccare le cose, bisognava lavarsi sempre le mani e soprattutto non si poteva più andare a giocare a basket. Dovevo andare in palestra quel giorno, ma le maestre ci hanno detto in classe che forse il giorno dopo la scuola chiudeva e all’uscita ho chiesto a papà: “Mi hai portato lo zaino con la divisa e le scarpe?” e lui mi ha risposto: “Oggi no, dobbiamo tornare a casa”.

Me lo ricordo bene quel pomeriggio, da quel momento non ho potuto più giocare in palestra, non ho visto più il mio coach, Davide, Alessandro, Stefano i miei amici più bravi. Uno alla televisione parlava di stare a casa, non si poteva uscire, per il mio bene e di mamma e papà, che non mi hanno portato più a basket ma neanche a fare la spesa, cosa che poi non mi dispiaceva neanche tanto…


Ma come faccio senza basket? Bello non andare a scuola, niente compiti, posso giocare sempre. Ma dopo un po’ che pizza, voglio un pallone, cambiarmi le scarpe, tirare, palleggiare, giocare a fulmine e fare uno contro uno con i miei compagni. Mamma al telefono ha detto che dobbiamo rispettare un protocollo, ma che cosa è un protocollo? Non lo conosco, ma se lo incontro vedi che gli faccio. Mi ha fatto passare mesi a casa senza basket, ho fatto allenamento nel salone di casa, papà mi ha costruito un canestro con il cestino della camera e ho usato la mia palla che avevo quando ero piccolo, perché fa meno casino per i vicini. Neanche il Camp estivo ho potuto fare, andavo sempre con la mia squadra al mare dove giocavamo a basket tutto il giorno. È stata dura, anche perché tutti pensavano al lavoro, come si fa senza andare in ufficio, bla bla bla, ma a noi piccoli chi ci pensa? Al mio basket chi ci pensa? A chi mi parla ancora di videogiochi vedi che gli faccio. Non ne potevo più. Mai ho aspettato così tanto il ritorno a scuola dopo l’estate, perché sapevo che stavolta voleva dire tornare in palestra a giocare a basket. Rimettere quelle scarpe è stato bellissimo, tornare nello spogliatoio con i miei compagni, correre ad aprire la cesta dei palloni per prendere quello più gonfio, andare su e giù per il campo e sentire il fischio del coach. Per quanto è durato poco, è stato bellissimo. Perché per un’altra volta, mamma e papà mi hanno detto che devo fermarmi di nuovo. Il signore in televisione ha detto che non stiamo tranquilli e che il basket è uno sport pericoloso. Pericoloso? Ma se sono andato in palestra con la mascherina, prima di entrare in campo mi sono dovuto sanificare le mani, cambiare le scarpe, stare lontano da tutti e giocare da solo con il pallone. Se il mio coach ha detto che non possiamo fare la partita, che dobbiamo rispettare un distanziamento sociale, niente uno contro uno, niente sfide, niente gare, dove è il pericolo?


Voglio giocare. Voglio tornare in palestra.

Mi devo fare una puntura per tornare a basket? Pronto, non ho paura.

Devo mangiare meno patatine fritte? Ok.

Alessandro e Stefano a scuola mi hanno detto che forse torneremo in palestra dopo Natale. Non vedo l’ora, mi sono stufato davvero di stare lontano dal basket. Papà dice che mi sono dimenticato anche come si palleggia con la mano destra. Vedrai, sei diventato pigro mi dice. Accetto la sfida, sono più forte di questo virus. Sono anche diventato più alto, sarà uno scherzo da ragazzi arrivare al canestro. Mamma mi ha comprato delle scarpe nuove, come quelle di LeBron James e grazie al ritorno agli allenamenti, diventerò forte come prima, tornerò a segnare e passare la palla ai miei compagni liberi, rabbracciare il coach che quando si gira frego non palleggiando con la sinistra. Vabbè, questo no dai, mi impegno anche a palleggiare con l’altra mano, promesso. Adesso, quando mi ridate il pallone?  
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