SPECIALE
Final Eight 2021
Rapido excursus delle otto finaliste che da stasera fino a domenica lotteranno per portarsi a casa la Coppa Italia. All’orizzonte un fine settimana avvincente, in cui il basket italiano promette di tornare alla ribalta.
di Edoardo Caianiello @edoardocaia

Poche cose sono più belle (e più care) di una birra durante una partita delle Final Eight di Coppa Italia. La bellezza del “turismo cestistico” è veramente difficile da spiegare: il viaggio in macchina, in treno, in aereo, e poi gli amici, le ricerche su Airbnb, le serate tutti assieme ed un gin tonic; e in definitiva sì, la Coppa Italia è sicuramente una delle più alte manifestazioni nel panorama sportivo italiano.
Quest’anno, per ovvi motivi, non ci sarà nulla di tutto questo, e non essendoci dunque nemmeno il pubblico sugli spalti, non ci sarà nemmeno merchandising. Questa non è una novità, certo, ma la grande domanda è: verranno sparate a suon di cannonate meravigliose magliette? 
Ma soprattutto e più di tutto, c’è il basket, con otto squadre pronte a contendersi la Coppa.


A|X ARMANI EXCHANGE MILANO - “Fuori dal letto, nessuno è perfetto”

Senza dubbio la favorita, e non potrebbe essere altrimenti: stare a spiegare il perché sarebbe persino superfluo. Ma se la Coppa Italia ci insegna una cosa è che non sempre i favoriti vincono, perché la variante “partita secca” può far più male di un mignolo che urta contro uno spigolo. E se questa variante la sommi all’altra, “l’obbligo di vincere”, eccolo lì che il mix può essere di quelli che la mattina dopo ti fa svegliare con il mal di testa in pieno hangover.
Milano non è andata bene negli ultimi anni, inciampata nel tranello di una competizione che definirla scivolosa è dire poco. È abbastanza evidente che ingaggiare una lotta per valori tecnici contro l’Olimpia è mossa rischiosa (per non dire suicida) eccetto forse che per Virtus Bologna e Venezia, e fondamentalmente è come se Rocky l’avesse messa sul piano della pulizia di esecuzione e di colpi nel repertorio contro Apollo Creed. E invece no, con Milano la ricetta è rimanere più solidi e più arrabbiati di lei per ogni singolo minuto, quella che viene definita “la partita perfetta”. Minarne le certezze, stancarla, per renderla vulnerabile: può essere questa la chiave?
«I giocatori e gli allenatori delle squadre di alto livello soffrono di quello che molti anni fa definii ‘la sindrome del porno attore’. Non possiamo mai fare cilecca, anche in competizioni che si decidono in una partita secca dove può succedere di tutto. Se mi si perdona la battuta, non siamo tutti dei Rocco Siffredi. Per cui se vinceremo la coppa saremo molto contenti, se non ci riusciremo continueremo a lavorare per conquistare gli altri obbiettivi, facendo autocritica ma senza che un evento negativo condizioni la stagione. E lo dice uno che è un maestro di pessimismo e non certo un mago della positività e del bicchiere mezzo pieno. Il nostro primo obiettivo è vincere in Italia». Parole di Ettore Messina, e scusi Coach, verissimo che non siamo tutti Rocco Siffredi (purtroppo), ma si ricordi anche di cosa diceva Giacomo Poretti detto “Giacomino”: “Fuori dal letto, nessuno è perfetto”.


UNA HOTELS | REGGIO EMILIA - “La descrizione di un Antimo”

Questa qualificazione alla Coppa Italia è un premio al lavoro di Antimo Martino e di Reggio Emilia. Una stagione iniziata nel puro martirio da Covid-19 e ripresa a suon di muscoli e di grande intensità in campo che si manifesta chiaramente nei suoi interpreti.
Brandon Taylor è una presa pazzesca, tanto quanto quella di Tomas Kyzlink. Tutti e due con una grande gavetta in A2, come Antimo Martino, che dopo aver portato Ravenna sul podio del campionato è riuscito nell’impresa di riportare la Fortitudo Bologna nella massima serie. Ed è da quella stessa serie che vengono Taylor e Kyzlink: il primo trascinatore di una Bergamo favolosa un paio di stagioni fa; il secondo gioiello di Siena e poi gambe, difesa e luce di una Virtus Roma al suo ritorno al piano superiore.
Frank Elegar è al posto giusto, nella squadra giusta, tanto quanto Filippo Baldi Rossi che si è ritrovato leader di un gruppo in cui tecnicamente è incastonato perfettamente. Menzione d’onore per Leonardo Candi e per Diouf, giovani (uno giovanissimo) e con minuti importanti, anche loro simbolo di una bella “gavetta”, piena di significato per un movimento sui generis.
Un attacco da sistemare in cui Kopponen può essere la scintilla che accende le polveri, ma se è vero che l’attacco vende le partite e la difesa vince le partite, per Reggio Emilia vale un po’ di più.


VIRTUS SEGAFREDO BOLOGNA - “Futura”

Ci sono altre due squadre nel campionato, per lunghezza, qualità ed esperienza di roster che possono salire sul ring con Milano e sfidarla a viso aperto: la Virtus Bologna e la Reyer Venezia. Queste due si affronteranno nell’altra semifinale di giovedì e la vincente incontrerà, al round successivo, proprio Milano. Bologna ha chiaramente mostrato le sue intenzioni e se serviva una prova in più, ecco la firma di Marco Belinelli. L’impressione è che la Segafredo stia studiando per diventare davvero grande: in campo l’idea è chiara e non potrebbe essere diversamente visto chi siede in panchina; ma serve ancora uno step, difficilissimo, che è la costanza nel mantenere quell’idea di gioco e di sostanza per tutto l’arco di una partita e settimana dopo settimana.
Risorse offensive quante ne volete, muscoli e centimetri in difesa ce ne sono in abbondanza, talento nemmeno a dirne, e c’è anche quella componente “operaia” capace di risollevarla quando, per diversi motivi, torna con i piedi per terra, meravigliosamente interpretata da uno come Giampaolo Ricci. Si potrebbe scegliere come immagine Milos Teodosic o Marco Belinelli o Kyle Weems, ma visto che parliamo di Segafredo, un bel caffè lo si prenderebbe volentieri proprio con Giampaolo Ricci o Amedeo Tessitori, o con Amar Alibegovic e Alessandro Pajola, simboli di una Bologna che va oltre la luce immensa emanata dalle sue stelle, una Virtus Bologna sicuramente “Futura”. E non sappiamo se sia stato già detto, ma con quel signore in panchina, andremmo in guerra anche domani.


UMANA REYER VENEZIA - Sotto la superficie dell’acqua”

I campioni in carica, e se c’è una squadra che non vuoi affrontare in una competizione così, quella è Venezia. Esperta, spigolosa, lunga, piena di qualità, e con il miglior italiano, insieme a Marco Spissu, del campionato: Stefano Tonut.
La scelta di Venezia è stata chiara: continuità, e non si vincono scudetti e coppe a caso. Resiste al tempo e reagisce alle avversità la compagine lagunare che anche in quest’annata tra infortuni e Covid-19 ha passato momenti migliori.
Walter De Raffaele tra un chiaro e scuro delle sue lenti, è riuscito a creare un’immagine all’esterno di grande sicurezza e familiarità, e soprattutto di estrema compattezza. Avete presente quando si dice che i panni sporchi vanno lavati in casa? Ecco, per Venezia è esattamente così. Speriamo che però non scelgano l’acqua della laguna. La Umana Reyer è il simbolo della sua città, che nonostante acqua alta e maree, resiste nel tempo e con estrema bellezza, grazie anche ad artisti del parquet come Daye e Bramos: quest’ultimo un giorno ci rivelerà il suo segreto, speriamo.
Da Cerella a Casarin, non scommettete mai un euro contro di loro, che da bravi lagunari sanno come tirarti in palude, aspettandoti sotto la superficie dell’acqua per poi tirarti giù quando meno te lo aspetti.


HAPPY CASA BRINDISI - “La stella, lu mare, lu jentu”

Stella, mare e vento. Simbolo di una regione e di una terra di una bellezza disarmante, come la Brindisi di quest’anno che per immensi tratti del girone d’andata, prima di dover fare i conti con stanchezza e infortuni, è stata proprio di quella stessa bellezza, disarmante.
Ci sono due nomi scritti in calce sulla pietra salentina: Simone Giofrè e Frank Vitucci. Nonostante la perdita di Banks e di altri giocatori chiave delle ultime due stagioni, in cui la New Basket ha raggiunto due finali consecutive in Coppa Italia (perse contro Cremona e contro Venezia), come una lucertola con la coda hanno saputo rigenerare quella stessa idea e quella stessa bellezza che si era vista in campo lo scorso anno e quello prima ancora.
Gli infortunati sono un problema, ma ci sono squadre che sai perfettamente venderanno cara la pelle, e Brindisi è una di queste. Fisica verticalmente e orizzontalmente, la squadra forse con le braccia più lunghe del campionato, con punti nelle mani (tanti), e quando corre è un vento che puoi solo provare a rallentare.
Intrigante a dir poco lo scontro con Trieste, uno scontro tra venti. La Stella del Sud sa chi è e sa dove vuole andare, conosce il suo ritmo ed il suo talento, sente il rumore dei suoi battiti che sono la sua grande forza ed il suo grande limite.
Quando abbassa un minimo il ritmo o arriva un suono diverso a disturbarne la frequenza, c’è il rischio che qualcosa si inceppi. Ma il battito del cuore non è solo suono, è anche la forza che nelle ultime uscite ha permesso, di squadra, alla Happy Casa di conquistare vittorie che non erano così scontate. Ragionare ma non troppo, fidarsi del suo istinto, della natura selvatica che si nasconde in Lei e tramutarla in efficacia e bellezza: se riescono in questo e sono in quelle giornate lì, buona fortuna a chi se la trova di fronte.


ALLIANZ PALLACANESTRO TRIESTE - “Testa e cuore libero”

Se c’è un avversario, in qualunque sfida, che non vorresti incontrare mai, è quello che non ha nulla da perdere ma tutto da guadagnare. E in questa Coppa Italia ce ne sono due: Trieste e Pesaro. Trieste è guidata da Eugenio Dalmasson, un pilastro più che un allenatore, un generale che ha nei suoi ragazzi un “mini” esercito che sa perfettamente chi è, conscio dei suoi punti di forza e dei suoi limiti: quando la palla scotta i suoi americani sanno dov’è il canestro; l’aggiunta di Marcos Delia ha trasmesso un equilibrio ed un fosforo incredibile sotto canestro; la guida di Fernandez è quella di un giocatore di una bellezza “antica”. Ma se c’è un’immagine che più di altre brilla nella stagione dei triestini, è quella di Davide Alviti, che sembra aver trovato una dimensione ideale nella quale mettere in mostra le sue doti. Il ragazzo alatrense è una sentenza da dietro l’arco, solido come le mura ciclopiche della sua città di origine, una variante fondamentale nel gioco del suo allenatore.
Ma è l’identità una delle grandi armi dell’Allianz, che ha in Daniele Cavaliero il triestino giusto, con l’esperienza giusta e la parola giusta nello spogliatoio e in panchina, ed in capitan Coronica e Matteo Da Ros i simboli di chi ha riportato Trieste dov’era giusto che tornasse.
Insomma, quando sei uno sportivo forse non è vero che non hai nulla da perdere, perché quando perdi non è mai bello. Però quando parti da non favorito e la pressione è sugli altri, andare in campo è tutta un’altra cosa, ed ogni vittoria è un soldo guadagnato. Trieste, oggi, ha tutto da guadagnare.


BANCO DI SARDEGNA SASSARI - “Identità”

Se Virtus Bologna e Umana Reyer Venezia sono per i motivi suddetti le più accreditate a dare fastidio alla grande favorita Milano, la vera antagonista è Sassari.
Il Banco di Sardegna è la squadra più in forma del campionato, senza dubbio e non per caso. Programmazione, scelte oculate e continuità sono gli ingredienti di quella che fino a questo momento è una stagione meravigliosa.
Gianmarco Pozzecco è in perfetta simbiosi con la sua squadra, e la squadra è in perfetta simbiosi con il Poz, sicura dei suoi ruoli e dei suoi equilibri.
L’asse play – pivot composto da Marco Spissu e Miro Bilan sarebbe da far vedere ai bambini, o da farne una raccolta di dvd da vendere in edicola: Marco Spissu, insieme a Tonut, è il miglior italiano del campionato ed è un simbolo pazzesco, una storia pazzesca in un basket che ne ha bisogno come il pane. Sardo, sassarese, che di gavetta ne ha fatta, ed è tornato a casa sua per prendersela. E non sottovalutate quel suo non essere un gigante, nonostante lo sia, perché un bambino vedrà in lui un cinque più vicino da dare. Insieme a Miro Bilan ha formato una coppia “vintage”: il croato è il lungo migliore del campionato, di un’eleganza anacronistica, e di un’importanza, per l’economia del gioco sassarese, più importante forse del mare per gli stessi sardi. A tutto questo mettici Bendzius (aiutateci a dire quanto sia bello da vedere in campo), un Burnell che è l’ago della bilancia offensiva e difensiva se esiste un ago della bilancia, ed uno Stefano Gentile che ha trovato il posto giusto dove essere quello che non è mai stato. E poi in campo va un’identità fatta non solo di schemi offensivi o di scelte difensive, ma di scelte fatte nella costruzione della squadra, con riconferme di un gruppo solido che hanno la firma di uno come Pasquini, di cui forse troppo poco si parla. Un’identità fatta di esportazione della propria terra, delle sue storie e delle sue tradizioni, che spesso e volentieri, come quest’anno, finiscono sulla maglia di gioco che stacca per bellezza quella delle altre partecipanti, di idee che si trasformano in contenuti e in un’immagine che sa tanto di “modello”. Ma la vera antagonista ha un’arma in più: una consapevolezza mentale che nessun’altra ha al momento da poter opporre a Milano. Devi essere sicuro di quello che sei, proprio come Rocky, e Sassari ha la solidità e la testa dura per resistere in una partita secca ai colpi di Milano, e provare a minare quelle certezze che potrebbero farla cadere.


CARPEGNA PROSCIUTTO PESARO - “La sete con il Prosciutto”

La grande vittoria di Pesaro? No, non è essere alle Final Eight, ma essere riuscita a dare a Jasmin Repesa una giacca con le maniche della giusta lunghezza, o anche solo la camicia, in modo tale da non dover mettere una giacca con le maniche corte. Beh, Pesaro è la grande storia di questo inizio di campionato: chi avrebbe scommesso un euro sulla partecipazione e su questo campionato della Carpegna Prosciutto a inizio anno? E come Trieste, la squadra di un “signore della panchina” come Repesa arriverà alla manifestazione con tutto da guadagnare, e con l’immensa felicità di esserci, leggeri e liberi di fare uno sgambetto all’avversaria, che al primo turno sarà proprio Sassari: forse e dico forse, Repesa e Poz da qualche parte si sono visti. Alma nella mani di Carlos Delfino e Ariel Filloy, Filpovity è l’arma in più nello scacchiere tattico di Jasko che può contare sulla sostanza di Drell, Cain, Zanotti e Tambone. Incontrare Pesaro oggi è pericoloso, un po’ come levarsi la sete con il prosciutto, ma se siete degli amanti del genere, spiegatemi come si può farne a meno, del prosciutto e di vedere giocare Delfino e Filloy, ad esempio. 



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